GILDA DEGLI INSEGNANTI

PROVINCIA DI NAPOLI

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Conversazione con il professor Roberto Maragliano su saperi e tecnologie

di G. Giovannone


Professor Maragliano ho la sensazione che per una parte consistente degli insegnanti il rapporto con le tecnologie sia stato – e in parte sia ancora – un rapporto di diffidenza. Attualmente alla diffidenza sta subentrando il panico, almeno nei più avvertiti, quelli che hanno antenne sensibili ai mutamenti culturali. Mi riferisco ai massicci investimenti che la maggior parte dei paesi OCSE sta facendo nel campo dell’E-LEARNING, e che sottende uno spostamento dei bilanci dalla formazione all’assistenza agli anziani. Una tendenza inevitabile visti gli attuali andamenti demografici, ma che genera un’ansia a mio avviso giustificata perché gli insegnanti vedono oggettivamente sminuito il loro ruolo, oltre che il loro numero. Può riassumerci il suo pensiero in proposito?


Intanto, consiglierei a tutti di leggere le accorate pagine che Massimo Livi Bacci ha dedicato alla nostra situazione socio-demografica-educativa. L’articolo è stato pubblicato la scorsa estate sulla rivista “Il Mulino” è può essere rintracciato e acquistato (al prezzo di 6 euro) usufruendo del servizio webriviste dell’editrice Il Mulino. L’indirizzo da cui muovere è: http://www.mulino.it/rivisteweb/scheda_articolo.php?id_articolo=19721 Questo per dire che la questione cui lei allude si inquadra in un’altra ben più complessa, che ha a che fare con l’identità di questo nostro benedetto paese, popolato (si fa per dire) di giovani vecchi. Leggetevelo e poi tornate sui timori da lei richiamati. Io, tanto per dire, ne avrei ben di più e ben più timorosi! Qui, insomma, non si tratta di impedire lo spostamento di risorse dalla pedagogia all’andragogia, ma di lavorare per ottenere un ringiovanimento complessivo del comparto scolastico e universitario. Più invecchia la società, più si restringe la sua proiezione sul futuro, più il carico di ansie si fa massiccio e ingovernabile. Ne ho parlato ad un recente convegno di sociologi dell’infanzia e, chi è curioso, può vedersi le diapositive che ho utilizzato, ed eventualmente discuterle, andando al forum del sito del mio laterziano Nuovo manuale di didattica multimediale, al seguente indirizzo: http://comunicazione.uniroma3.it/manualemaragliano Lì, nel forum appunto, ad accesso libero, ho aperto un filone di discussione titolato Discutiamo di bambini e media. Quelle diapositive riassumono il mio pensiero in proposito.


Il suo libro, "La scuola dei tre no", è, in sostanza, un invito pressante affinché non solo i docenti, ma anche gli accademici e il mondo della cultura comincino a confrontarsi sul serio con quella che lei giustamente chiama la rivoluzione epistemologica introdotta dall’incalzare dei nuovi saperi e delle tecnologie. Nell’ambito prettamente scolastico lei fa due esempi concreti – l’intercultura e l’insegnamento della geografia – di come la scuola possa agire da interfaccia tra l’ambito dei saperi formali che le è proprio, e quello dei saperi informali diffusi nella società. Avrei due obiezioni rispetto a quanto lei scrive in proposito, anzi tre. La prima è che lei colloca questa dialettica tra saperi formali e informali nell’ambito del “dover essere”, mentre io ritengo che una parte notevole del mondo della scuola già da anni si sta muovendo in questa prospettiva. La seconda obiezione è che i saperi informali dei nostri studenti – i videogames basati sulla simulazione, l’uso quotidiano di internet, ecc – costituiscano comunque parte integrante del loro patrimonio culturale, che la scuola se ne occupi o meno. Non sono del tutto convinto cioè delle modalità – ma forse anche dell’utilità – in cui la scuola potrebbe agire da interfaccia con un mondo che conosce molto sommariamente e di cui talvolta diffida. La terza obiezione è un po’ più cattiva. Io insegno in un liceo scientifico piuttosto prestigioso e, parlando con i genitori dei miei alunni – docenti universitari, medici, avvocati, alti funzionari – ho la sensazione che non abbiano alcun interesse all’interazione tra saperi formali e informali. Per dirla in altri termini, non crede che per formare la classe dirigente del futuro, oggi come ieri, lo strumento principe sia il logos, e cioè la parola, il libro e la gramsciana, faticosa applicazione nello studio, come sostiene Roberto Alonge nel suo Asini calzati e vestiti?



Come avrà visto, ho dato una prima risposta ai suoi interrogativi commentando la recensione del mio volumetto che compare nel suo sito. Quindi non mi ripeto. Chi vuole può andare là. **Qui, mi limito a due considerazioni: prima, che non è mia intenzione chiedere alla scuola di formalizzare l’informale (come vorrebbero certuni, con la versione nostrana dell’anglosassone media education) ma di pretendere da essa che nei suoi processi di formalizzazione tenga conto del patrimonio di informale di cui dispone il giovane, e individui modalità per valorizzarlo (tra cui l’investimento sulle dimensioni narrative, che la frequentazione degli spazi web per l’interazione permette di sperimentare direttamente); secondo, che il logos non vive in isolamento, specialmente in un paese con tradizioni forti nelle arti visive e sonore come il nostro, se non in una prospettiva di deformazione tipicamente accademica (basterebbe ricordare il fatto che il romanzo manzoniano viene tuttora fatto leggere a scuola censurato delle immagini, e quindi snaturato rispetto alle intenzioni e alla realizzazione ‘multimediale’ dell’autore…). Il discorso è complesso, come ognuno può vedere, e investe l’organizzazione complessiva del sapere scolastico. Potrei metterla in un altro modo: come si pensa di poter reagire alla crisi drammatica dell’insegnamento scientifico (non si trovano più docenti scolastici, nel settore, né iscritti ai corsi universitari) se non riqualificandolo alla radice e quindi arricchendolo di riferimenti ai grandi temi della vita e della civiltà contemporanea, luoghi in cui l’intreccio tra sapere scientifico e tecnologia è strettissimo?


Lei ha scritto che è illusorio pensare che una vera alfabetizzazione tecnologica possa avvenire solo attraverso i corsi di aggiornamento;” …la familiarizzazione del docente con l’universo digitale deve maturare prima di tutto fuori, per entrare solo successivamente negli spazi della scuola…Prima di usare il computer (il docente) deve conoscerlo, usarlo per i suoi personali interessi, familiarizzarsi con esso, farselo amico, e ciò deve avvenire, in primo luogo fuori dal contesto professionale…Altri paesi hanno scelto di agevolare al massimo l’acquisto privato di macchine e l’accesso domestico a Internet da parte degli insegnanti. Qui c’è chi si appassiona solo all’acquisto di porte blindate per i laboratori.” Ho trovato queste pagine molto belle, anche perché rientrano in quello che è lo scopo principale per cui è nato il nostro portale, e cioè promuovere la coscienza professionale degli insegnanti e la capacità di diventare un soggetto capace di elaborazione politico-culturale autonoma. Crediamo sia umiliante il fatto che gli insegnanti debbano pagare di tasca propria le macchine ma anche il software che fanno parte integrante di una moderna professionalità. La Scuola dei tre no è uscito nel 2003, ritiene che in questi due anni vi siano state aperture – ad esempio da parte del mondo sindacale – nella prospettiva da lei indicata?

No, non mi sembra che negli ultimi anni le cose siano andate nella direzione auspicata. Lo prova quel monumento alla vuotaggine scolasticistica che sono i nuovi programmi, OSA e compagnia bella. Lì ogni uomo di buon senso può trovare abbondanti conferme all’impressione (diffusa non solo nel nostro paese) che non sia dignitoso risolvere problemi seri (quali sono quelli epistemologici e didattici, e pure tecnologici, posti dalla riqualificazione dell’insegnamento, oggi) ricorrendo a vuote formulette pedagogiche. Le dieci paginette del documento della minicommissione sui saperi di base (anno 1998) mi sembrano tanto più attuali, oggi, considerati i massicci passi indietro fatti nel frattempo. Sia chiaro, non credo che la rete possa risolvere problemi che hanno la loro origine altrove. Ma un suo uso intelligente può permettere di ‘incorniciare’ quei problemi, connettendoli ad altri. Insomma, la mia idea (il mio auspicio) è che la rete aiuti la scuola ad uscire dal suo isolamento, la spinga a riposizionarsi nel contesto della riproduzione sociale del sapere.

* Roberto Maragliano é professore all'Università degli Studi Roma Tre. Responsabiledel Laboratorio di Tecnologie Audiovisive è proponente del master on line "Multimedialità per l'e-learning" e del perfezionamento a distanza "La scuola in rete". Tra le sue pubblicazioni "Tre ipertesti su multimedialità e formazione", "Nuovo manuale di didattica multimediale", entrambi per i tipi della Laterza.



5 dicembre 2005