
Ma il portfolio della riforma non è un vero
portfolio!
di Sebi Trovato, insegnante di scuola primaria
Chiariamo subito che io il portfolio di Gardner lo uso da anni, non vorrei
essere fraintesa per ciò che scriverò. A me l’idea del portfolio in sé piace: il
mio amico Howard, però, me lo definirebbe piuttosto un processportfolio, perché
quello che strutturo coi miei alunni da almeno quindici ani, ogni anno, è un
portfolio di classe, una documentazione di come l’intelligenza di ciascuno
(distribuita su ogni individuo del gruppo con cui vive e opera) possa costruire
progetti concepiti "in termini di concettualizzazione, di qualità di
presentazione, accuratezza, originalità ecc…" cui tutta la classe partecipa,
ognuno con le sue possibilità e peculiarità.
Non mi disturba nemmeno troppo il portfolio standard, nel quale, secondo Gardner,
l’individuo raccoglie i propri lavori migliori in vista di una competizione o
esibizione. Ma questo va bene per gli americani, non per noi. Forse, va bene per
gli american: non è detto del tutto. Nell’ultimo libro di Nick Hornby, Non
buttiamoci giù, uno dei 4 aspiranti suicidi che si ritrovano sul tetto pronti a
buttarsi è un ragazzo americano che consegna le pizze a domicilio la notte di
capodanno a Londra. JJ sostiene che la sua generazione è stata cresciuta con
l’idea che ciascuno farà grandi cose, che se c’è riuscita Britney Spears questo
deve essere un incentivo… è una generazione tirata su a portfolio standard,
direi.
Il problema viene quando l’esibizione va male o si perde la competizione…cosa
facciamo: ci buttiamo tutti dal tetto della Casa dei suicidi?
Comunque sia, va fatta una precisazione: nelle scuole anglosassoni, prendiamo l’UK
per esempio, i bambini vanno a scuola solo col cestino del pranzo. Niente zaino,
libri, quaderni,astuccio. Se vuoi vedere qualcosa dei lavori di tuo figlio, devi
entrare in classe ed osservare i meravigliosi display (cartelloni riassuntivi di
un percorso didattico) appesi alle pareti dell’aula, oppure aspettare il
colloqui con i docenti che, per l’appunto, per parlarti del tuo bambino ti
presentano il portfolio, ossia una raccolta di suoi elaborati, robe che
finalmente ti dicono che a scuola fa scuola, perché tu, fino a quel giorno, non
avresti potuto immaginarlo. A loro sì che serve il portfolio.
Ma noi siamo in Italia: abbiamo i quaderni che vanno a casa, il diario, i
compiti a casa… i genitori vedono quotidianamente (se vogliono) quel che si fa a
scuola. Quindi per noi va cambiato il concetto di portfolio, ossia, è inutile
scimmiottare gli altri Paesi per uniformarci.
La funzione di questo strumento, secondo me, è soprattutto quelle di conservare
la memoria. Lo stesso Bruner tratta della necessità di organizzare i contenuti
della memoria in modo da poter trovare facilmente le informazioni registrate.
"L’organica sistemazione delle informazioni riduce la disordinata molteplicità
dei dati, inserendoli in un processo conoscitivo costruito da noi stessi e rende
più facile il recupero di un certo materiale". Una sistematizzazione si rende
necessaria, perché il ricordare spontaneo, senza suggerimenti, risulta
straordinariamente difficile alla memoria umana: non a caso, ognuno di noi a suo
modo, raccoglie le foto in album, o riprende la videocamera, o registra, o si
affida ai diari, per poi riguardare tutto questo anche a distanza di anni.
Nella scuola, la presenza di differenti intelligenze e stili cognitivi in un
gruppo, reca con sé la difficoltà di organizzare la memoria collettiva nel
rispetto dei singoli criteri di scelta e delle modalità di apprendimento
individuali, ma la costruzione di un portfolio consente di trovare molteplici
risposte alla ricerca dei modi per conservare le esperienze; permette di fissare
il momento dell’emozione nella fase di apprendimento, ma favorisce anche la
memorizzazione dei concetti scoperti, i risultati più gratificanti per i singoli
e per il gruppo, i passaggi procedurali e le sequenze che la classe desidera in
qualche modo ricordare.
Poiché ogni modalità di rappresentazione è sempre parziale, io uso costruire il
portfolio in un ambiente multimediale, perché così il bambino è stimolato ad
utilizzare diversi tipi di rappresentazione che possano portare un ricordo a
diventare significativo: gli oggetti costruiti e fotografati nel corso
dell’esperienze, la musica, un montaggio audio o una videoregistrazione
favoriscono il ricordo di momenti emotivamente forti, coinvolgendo non solo la
conservazione delle conoscenze, ma anche la dimensione emotiva.
Ecco, questo è il portfolio che mi piace.
MA. C’è un MA. Questo NON è il portfolio della Legge 53, quello contro cui si
esprime (a ragione) il Garante per la Privacy.
Personalmente come professionista attempata (e dunque di lunga esperienza), sono
contrarissima al portfolio individuale proposto dalla Legge, molto lontano anche
dal porfolio standard di Gardner. Esso cita "prove scolastiche significative",
"osservazioni dei docenti e della famiglia sui metodi di apprendimento del
fanciullo", "commenti sui lavori personali ed elaborati significativi",
"indicazioni che emergano dall’osservazione sistematica, dai colloqui
insegnanti-genitori, colloqui con lo studente"…
E qui non ci siamo, dice anche il Garante.
Un’altra cosa su cui non ci siamo è che, sempre secondo la L 53 "il portfolio
delle competenze individuali (..) accompagna i fanciulli nel passaggio alla
scuola secondaria" per ben monitorare il passaggio e gli scambi di informazione.
E’ davvero così utile tutto ciò? E a chi giova?
Forse giova allo studente?
Gardner ci avvisa di un fenomeno particolare: alunni (molto spesso alunne)
estremamente adattabili ed adattati alla scuola, con ottimi profitti scolastici
(leggi: voti altissimi) da adulti non realizzano altro che lavori impiegatizi di
scarsa soddisfazione. Tante attese per nulla. Gardner sostiene che ben diversa è
la storia del genio. Non parliamo di Mozart come fa l’Autore, per carità, ma
stiamo nel campo della musica italiana. Da giovane ho conosciuto uno dei più
noti bassisti di gruppi musicali italiani ancora in voga oggigiorno: un vero
disastro scolastico, anzi, i genitori benpensanti degli anni ‘70 lo ritenevano
un individuo pericoloso da frequentare per le loro giovani figlie in fiore.
Scuola? Abbandonata fin troppo presto: nessuno sa se lui l’ha bocciata o se lei
ha bocciato lui. Ma le loro storie si sono separate ben presto. Passano gli anni
e non lo vedo, ma ne seguo le orme. E’ un uomo di successo, anche se scriveva
camicie senza la i. Anzi, strano, qualche ragazzo di oggi lo ritiene un padre
spirituale, è ritenuto un saggio, si presta come modello positivo.
Chissà come sarebbe stato il suo portfolio, invece.
E poi ripenso al portfolio secondo Legge 53 che avrei dovuto costruire per
qualche mio alunno "divergente", sai, di quelli che ti fanno uscire pazza ogni
giorno, che ne combinano una più di Bertoldo, che sono tutti contorti e "fatti
su", perché sono ancora bruchi e i bruchi, si sa, non sono tanto belli da
vedere…ma che splendide farfalle diventano! Perché avrei dovuto documentare la
carriera di un brutto anatroccolo che oggi, lo so, lo seguo da lontano, è uno
splendido cigno, che ha fatto una strabiliante carriera universitaria, ma che mi
ha fatto morire, che gattonava sotto i banchi per non farsi vedere mentre dava
un calcio ad un compagno, che non parlava se non biascicando e mettendosi le
mani davanti alla faccia, che si esprimeva meravigliosamente col disegno (ma non
è diventato un pittore come avrei dovuto pensare grazie alle intelligenze
multiple, e scrivere nel suo portfolio per l’orientamento se fossi stata
un’insegnante supponente!) e invece la sua scrittura sembrava un geroglifico?
Era un orribile bruco, voleva fare paura a tutti…avremmo dovuto scrivere le
osservazioni su di lui? Orrore! Oggi cosa se ne farebbe? Cosa penserebbe delle
sue osservazioni mirate? Lo avrebbero ammesso all’università se avessero potute
leggerle? E cosa si sarebbe persa la nostra futura società se lui non avesse
potuto avere "un tempo segreto" per trasformarsi da bruco a farfalla?
Il tempo del bruco, secondo me è un tempo che va tenuto segreto, esattamente
come la farfalla fa: si chiude in un bozzolo e si trasforma, poi esce più bella
che mai. Oppure esce falena, o brutta farfalla, non importa: il fatto è che
nessuna l’ha vista trasformarsi, non ha lasciato traccia ed ora vola dove vuole
e si posa dove vuole, dimentica del suo passato. Libera.
20 agosto 2005 |