
Portfolio, privacy e buon senso
di Rodolfo Marchisio
Quando ho iniziato (2 anni fa) a leggere, studiare, discutere e riflettere ad
"alta voce" nel dossier sul portfolio, ospitato su questo sito, NON sapevo
assolutamente dove sarei andato a parare né se ero favorevole o contrario. Ho
cercato di maturare delle idee, di condividerle, sperando fossero di stimolo per
qualcuno indeciso come me. Ne ho poi costruito uno con un amico esperto. Provo
ora a riassumere alcune cose di cui mi sono convinto, anche alla luce della
(scontata) pronuncia del garante sulla privacy.
Per rispetto di chi legge rimando al
dossier per approfondimenti.
- Discutere di portfolio per discutere di valutazione
Il punto di partenza dichiarato NON era quello di discutere del p. di moda
o di quello della Moratti, ma di sfruttare l’agitazione suscitata dal
problema, per discutere finalmente di valutazione: una delle cose che proprio
funzionano male e sanno di muffa della nostra scuola.
Nell’ultimo
"pezzo" avevo provato a fare un po’ il quadro di quanto era
successo durante lo scorso anno, secondo quanto avevo potuto "captare". Alcune
scuole NON avevano neanche cominciato a porsi il problema, altre avevano
"adottato" un portfolio, altre avevano prodotto e sperimentato "uno, nessuno,
centomila" portfoli.
- No al portfolio curricolo e no al portfolio scheda di valutazione
Ho individuato, leggendo e discutendo, 5 funzioni che il p. avrebbe potuto
avere (la Moratti ne aveva indicate 2 e ½ )
- dossier vivente e commentato di oggetti cognitivi (pochi, ma
significativi)
- autovalutazione
- valutazione formativa e condivisa
- comunicazione interna all’ordine di scuola
- comunicazione, continuità, certificazione verso l’esterno
No quindi al portfolio "curricolo" che ci segue per tutta la vita
(scolastica) come una condanna.
No al portfolio registro o a quello "pagella a vita". Da cui una parte dei
problemi legati alla privacy…
- Ogni scuola deve costruirsi il suo portfolio
Mi sono anche convinto che ogni scuola debba costruire il suo portfolio,
perché sia formativo, contestualizzato e condiviso (da tutti). Dopo aver
conosciuto i diversi modelli e dopo aver scelto in base ai propri indirizzi
pedagogici. La valutazione non deve nascere dallo strumento già adottato, ma
uno strumento è adottato e costruito in base alle proprie opzioni esplicite
sulla valutazione.
- Il portfolio come un metodo di valutazione e non come uno strumento.
Credo proprio che il p. non debba essere uno strumento o peggio ancora un
mega strumento ingestibile e velleitario che ci perseguita, ma un metodo nuovo
di affrontare il problema della valutazione, scegliendo (con occhi nuovi) e
costruendo un sistema di strumenti diversi (molti dei quali in uso o
facilmente costruibili). Ma soprattutto nuove prassi di lavoro.
Diversi strumenti per diverse funzioni in base alle nostre opzioni pedagogiche
(M.B. Varisco)
La proposta della Moratti è piuttosto superficiale e confusa. Questo è uno
dei motivi per cui rischiamo di esserlo anche noi.
- Funzioni interne e funzioni esterne
Ovviamente occorre separare:
- quanto si usa per il percorso formativo interno, come strumento di
lavoro della professionalità docente (dossier, schede di autovalutazione
ecc…)
- quanto si usa in modo collegiale e secondo criteri definiti e condivisi
per la valutazione interna (momenti di valutazione formativa interna)
- quanto viene comunicato e condiviso con le famiglie
- quanto segue l’allievo e serve per la comunicazione esterna: certamente
non il dossier con tutti i lavori (anche io avevo 5 di disegno come Tosolini…),
ma una parte delle schede di valutazione e autovalutazione finale ad es.
Credo proprio che portarsi al liceo un disegno fatto in prima
elementare sia una stupidaggine, perché il docente che lo vede (se lo vede)
non ha gli strumenti per capirlo: per formazione, perché è un oggetto
cognitivo fuori dal momento e dal contesto, perché ci parla di una persona che
forse non esiste più (nel senso che, per fortuna, si cambia).
Alcuni momenti di riflessione del ragazzo e del docente, possono invece
aiutarci a ricostruire il percorso attraverso il quale quel ragazzo è arrivato
lì. Se non altro potrebbero essere informazioni meno soggette a
interpretazioni troppo personali.
Il problema della comunicazione e di criteri, parametri, concetti,
strumenti condivisi.
La nascita di centomila portfoli e la comunicazione fra scuole prevede la
elaborazione e la condivisione non solo di strumenti, ma di concetti –
parole e criteri, di un vocabolario pubblico, comune e condiviso
in merito. Senza il quale la valutazione non funzionerà mai.
Lavoro lungo e paziente, cui la Moratti non ha mai neanche pensato, presa da
altre cose (indagini "segrete" sulle adozioni dei libri di testo, sui tutor
renitenti, ecc…).
Delegando quanto il MIUR non è in grado di pensare, all’autonomia delle
singole scuole.
Se avete notato il concetto di autonomia che coi governi precedenti era
sinonimo di "libertà di gestire meno risorse" ora lo è anche di "arrangiatevi
voi che noi abbiamo altro da fare e non possiamo preoccuparci delle
conseguenze di quello che facciamo".
- Definizione di strumenti comuni di passaggio delle informazioni.
E’ inevitabile che si lavori insieme quindi, in questo senso, a pochi
concetti e pochi strumenti condivisi, pena il ricevere ogni anno centinaia di
dossier e schede non omogenee e inutilizzabili. e continuare a non capirsi o a
pensare che i ragazzi possano essere fatti a pezzi (il pezzo che fa le
elementari, quello che fa le medie…). Come se ogni volta rinascessero solo per
noi e scomparissero quando ci lasciano.
- Privacy: mille portfoli, ma con buon senso
Un altro problema del fiorire dei centomila p. è stato quello di scivolare,
in alcuni casi, sulla gestione dei dati sensibili. Problema rispettabile, che
la scuola deve imparare a trattare senza eccessive ansie, ma con le attenzioni
dovute; distinguendo fra quanto i docenti, professionisti che lavorano con
persone, possono sapere di quelle persone (essendo vincolate al segreto
professionale) da quanto viene reso pubblico tramite il portfolio o altro
strumento.
Comunque condivido che:
a) bastava usare un po’ di buon senso e di quella attenzione che deriva dal
rispetto delle persone
b) bastava applicare, per analogia, le norme e le procedure già deliberate
(entro il 31/12/2004) ed applicate (si spera) per la PUA (Politica di Uso
Accettabile e corretto delle TIC e dei dati sensibili). Giusto obbligo della
PPAA.
Entrambe le cose ormai "dovrebbero" essere patrimonio di tutte le scuole…
Tornerò con un successivo intervento in modo piu’ analitico sulla pronuncia
del garante che contiene anche aspetti pericolosi, perché deriva dal p. della
Riforma.
NB
- Per approfondimenti rimando al
dossier
- Faccio esplicito riferimento ai preziosi
contributi di
Tosolini, Cattaneo, Cristanini
20 agosto 2005 |