Gilda degli Insegnanti

di Napoli

 

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Per gli intelligenti una scuola poco intelligente

DANIELE GIANCANE


Anche la scuola, come la società nel suo complesso, vive continuamente i suoi ricorrenti cicli vichiani, che potremmo, definire una ininterrotta dialettica tra «modernisti e passatisti»: i modernisti sono sempre dalla parte della tesi sociologica, ovvero è la società che sostanzialmente modella gli esseri umani, quindi le ineguaglianze esistenti sono il prodotto di una società ingiusta (perciò occorre impegnarsi a fondo per costruire una società migliore, che dia a tutti eguali possibilità). I passatisti pensano invece che le ineguaglianze fanno parte inevitabilmente dell'esistenza umana, anzi - a voler andare più in là - che il corredo genetico incide fortemente e il dato socio-educativo è irrilevante: ci sono quelli destinati a «grandi imprese» e tanti altri che saranno la manovalanza.

Adesso siamo nel pieno revival passatista. Lo dimostra il progetto di riforma della scuola inglese che piace tanto a Blair. Esso prevede di selezionare gli studenti in base alla loro capacità di apprendimento, cioè in base all'intelligenza, per offrire loro un iter scolastico più rapido; quindi, delle super-classi di «geni» che potranno bruciare i tempi e magari iscriversi all'Università a quattordici anni. Dall'altra parte sono previste delle classi-normali, dove si potranno allungare i tempi (tanto si tratta di quelli che faranno gli operai o gli impiegati!). «Mutatis mutandis», da noi la riforma Moratti prevede all'incirca la stessa cosa: dopo la scuola media, occorrerà indirizzare i «bravi» verso i licei, i «ciucci» verso i professionisti (il che vorrà dire che i figli della borghesia andranno ai licei, i figli degli artigiani andranno ai professionali).

Eppure, qui si fa una grande confusione. La prima è voler vedere una corrispondenza scuola-riuscita nella vita che non esiste quasi più, come spiegano diverse ricerche. Per sempio quella svolta a Harvard: si studiarono, seguendoli fino alla mezza età, novantacinque studenti di Harvard per vedere se ciò che avevano raggiunto (salario, prestigio sociale, produttività) era in linea con l'iter scolastico, e ci si accorse che gli ex studenti più brillanti non avevano avuto particolare successo rispetto ai colleghi mediocri, o maggiore felicità nel campo privato (amore, famiglia, amicizia). Un'analoga ricerca fu svolta nel Massachusetts, e arrivò alle medesime conclusioni.

Allora, tutto questo significa sia che non v'è corrispondenza meccanica tra successo scolastico e successo nella vita, sia forse ancora di più - che l'intelligenza non è davvero misurabile, come vorrebbero Blair e la Moratti.

In effetti gli stessi studiosi della misurazione del Q.I. avvertono che forse possiamo misurare delle potenzialità di base in quel momento della vita (ecco perché un ragazzo che pare apprendere poco, probabilmente gli accade in quel momento evolutivo, poi magari tutto cambierà da un momento all'altro), ma soprattutto che non si può misurare l'intelligenza come qualità astratta. Essa è collegata a tutta la personalità, al vissuto, all'educazione ricevuta, agli stimoli, al contesto. Sarebbe come voler calcolare la quantità esatta di generosità di una persona, o la capacità d'amare espressa con una bella equazione (d'altra parte si è tentato di applicare delle scale di Q.I. il più possibile legate alla «naturalità», all'originalità dello studente, ma sono fallite: uno, già nei primi giorni di vita, fa esperienze che incidono sulla sua personalità, non esiste l'essere umano al «naturale, decontestualizzato).

In realtà, a fare la differenza - scrive Goleman ne L'intelligenza emotiva - non è certo l'intelligenza da sola, ma soprattutto la capacità di superare le frustrazioni, di controllare le emozioni, di andare d'accordo con gli altri. Se un ragazzo apprende facilmente ma poi non sa reagire alle vicissitudini della vita, a che serve? Le strade sono piene di barboni che a parlarci - ci si accorge che si tratta di persone davvero intelligenti...

E poi, a voler seguire la «strana idea» di Blair e company, immagino già le superclassi di geni vivere una vita autonoma, al di fuori delle realtà degli «infimi», con tutto il corredo di narcisismo e di inevitabile complesso di superiorità; immaginate anche i genitori di questi ragazzi, che faranno di tutto affinché i loro figli siano immessi in queste classi privilegiate (in Italia, con conseguenti raccomandazioni, tentativi di corruzione, segnalazioni del politico di turno, ricorsi al Tar).

E invece - ciò che pure dovrebbe essere un «valore» ormai acquisito - la «differenza» è educativa: solo vivendo tra persone dissimili (per intelligenza, cultura, carattere, ambiente socioeconomico di provenienza) si impara a «convivere», a mediare, a capire, a scoprire continuamente persone diverse. Poi, se uno ha davvero le doti (e la determinazione) per riuscire a fare qualcosa di importante nel mondo, ci riuscirà. Ma poi, per forza dobbiamo fare qualcosa di incredibilmente importante? L'imbianchino che mi viene a pittare in casa, che parla inglese e suona in un piccolo complesso, è un individuo di serie B? E il falegname sotto casa che fa delle bellissime porte è meno «riuscito» dell'ingegnere della Nasa?
E ancora: il ragazzo che viene da un ambiente deprivato sarà punito due volte, perché sarà indirizzato verso il professionale? Non è più giusto approntare invece una scuola che lo supporti seriamente sino a dargli le stesse possibilità degli altri ragazzi più fortunati?

Insomma, il progetto educativo non può appiattirsi sull'esistente (ci sono gli intelligenti e quelli un po' meno; quelli più svelti e quelli più lenti). Educare è sempre una difficile scommessa, la ricerca dell'utopia possibile: che tutti si parta - al di là delle differenze individuali - con eguali prospettive, con gli stessi diritti. Che la gara non sia già truccata in partenza.

7 marzo 2004