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UNIVERSITÀ
LA PROTESTA DEI DOCENTI CONTRARI ALLA RIFORMA
IL PROFESSORE È NERVOSO
Occupazioni e scioperi dilagano negli atenei nonostante le aperture del ministro
Moratti. Sparisce la figura del ricercatore e cambia radicalmente il
reclutamento.
«Tutto confermato: occupazione simbolica dei rettorati il 4 marzo, blocco
dell’attività didattica nella prima settimana del secondo semestre. Non ci
spostiamo di una virgola».
Non ha dubbi il segretario della Cisluniversità Antonio Marsilia. La legge
delega sullo stato giuridico dei docenti universitari, destinata a incidere
pesantemente sul futuro dei nostri giovani, così com’è non può passare. E,
nonostante il ministro dell’Istruzione e dell’Università Letizia Moratti si sia
dichiarata disponibile a modificarla, aprendo un tavolo tecnico con la Crui
(Conferenza dei rettori), il Cun (Consiglio universitario nazionale) e con tutte
le rappresentanze sindacali, la protesta continua.
Sul fatto che questa fosse una legge attesa e necessaria sono tutti d’accordo,
così come sull’esigenza di cambiare il metodo di reclutamento dei docenti,
attualmente divisi tra ricercatori, associati e ordinari. La legge delega del
ministro Moratti sancisce il ritorno a concorsi nazionali e abolisce la
distinzione tra insegnanti a tempo pieno e a tempo determinato, consentendo a
tutti i docenti la possibilità di svolgere la libera attività professionale e
obbligandoli nello stesso tempo ad almeno 120 ore di insegnamento "frontale" al
posto delle attuali 60. Le ore eccedenti potranno essere remunerate
compatibilmente con le risorse delle singole università. Fondazioni e imprese
potranno finanziare specifici progetti di ricerca o anche l’istituzione di una
cattedra, con contratti a termine.
Quanto alle docenze, sparisce il ruolo di ricercatore, oggi il primo gradino
della carriera universitaria. I circa 20.000 ricercatori, attualmente presenti
nei nostri atenei, che aspiravano a essere inquadrati finalmente come professori
di "terza fascia", andranno "a esaurimento" e saranno sostituiti da contratti a
termine al massimo di cinque anni, rinnovabili per altri cinque. Dopo dieci anni
di precariato, chi nel frattempo non sarà riuscito a vincere il concorso per
associato dovrà obbligatoriamente cercarsi un altro lavoro.
In un momento in cui le nostre Università rischiano il collasso per mancanza di
fondi, mentre persiste il blocco delle assunzioni del personale tecnico e
amministrativo, nonché degli stessi docenti vincitori di concorso, molti temono
un ulteriore attacco all’Università pubblica.
Il problema delle risorse
Senza nuove risorse, anche una buona legge rischia di trasformarsi in un
boomerang. Perplessità sulla copertura finanziaria le avrebbe manifestate lo
stesso presidente della Repubblica Ciampi, al quale spetta il compito di
verificare che ogni legge, oltre che rispettare la Costituzione, possa contare
sulla necessaria disponibilità di finanziamenti.
Basta pensare che solo l’abolizione del tempo determinato, con la conseguente
equiparazione degli stipendi dei docenti, comporterà una spesa aggiuntiva di
circa 45 milioni di euro l’anno, recuperabili con l’eliminazione delle
supplenze.
Ma c’è anche il problema di assicurare contratti di ricerca appetibili per le
nuove leve, che dovranno affrontare la prospettiva di tempi di attesa
lunghissimi e privi di garanzia. In condizioni come questa, i giovani più
brillanti non sceglieranno la carriera universitaria. «Noi chiediamo il recupero
della figura del ricercatore e l’inserimento a pieno titolo nei ruoli della
docenza», continua Marsilia, «non ci basta nemmeno la rassicurazione che gli
attuali 20.000 ricercatori saranno riassorbiti dai 25.000 pensionamenti previsti
per il prossimo quinquennio. Bisogna sbloccare delle risorse per i giovani. Se
vogliono davvero fare una riforma, Tremonti deve tirare fuori i soldi».
Insorgono i giovani dell’Adi, l’associazione che raggruppa i dottori e
dottorandi di ricerca, dalle cui file provengono i famosi "cervelli in fuga",
che spesso vanno a incrementare la ricerca nei laboratori all’estero.
«Il nostro è il titolo più alto che rilasci oggi l’università, ma è spendibile
quasi esclusivamente in ambito accademico. Ora questa legge ci condanna a un
precariato insostenibile, senza garantire meccanismi di selezione veramente
meritocratici», spiega Augusto Palombini, segretario dell’associazione,
«diventeremo sempre più deboli e ricattabili».
Meritocrazia e necessità di concorsi nazionali. Questi sembrano gli unici punti
di reale convergenza. «Questa è una legge attesa da tutta la comunità
scientifica», spiega Luigi Labruna, presidente del Cun, «la mia opinione
personale, nell’attesa che il Cun; esprima il parere cui è tenuto per legge, è
che la revisione del sistema dei concorsi sia assolutamente necessaria. Ritengo
invece che vada strutturata la terza fascia della docenza, visto che comunque il
ruolo di ricercatore era stato introdotto come norma transitoria. Ma soprattutto
ritengo che non si possano fare riforme senza il necessario consenso delle
università e senza le risorse».
Grande attesa per l’incontro che vedrà riuniti, il prossimo 10 marzo, il
vicepresidente del Consiglio Fini, il presidente della Crui Piero Tosi e il
ministro Moratti, proprio per discutere sul problema delle risorse da investire
nell’università e nella ricerca.
«Il Governo deve dire se ha a cuore la ricerca umanistica e scientifica», lancia
il sasso Ivano Dionigi, direttore del dipartimento di Filologia classica
dell’Università di Bologna e coordinatore dei direttori di dipartimento; «visto
che in Italia l’80 per cento della ricerca viene fatta nelle università
pubbliche, deve dichiarare pubblicamente che vuole importarla dall’estero».
Trattandosi di docenza universitaria, appare impossibile separare la didattica e
lo stato giuridico dalla ricerca. Una buona ricerca avrà una buona ricaduta
sull’insegnamento, a tutto vantaggio degli studenti che sempre di più, con una
netta inversione di tendenza, scelgono di frequentare le lezioni.
Sulla via dell’eccellenza
«Si deve partire da questa triade inscindibile, dopo di che possiamo parlare di
tutto», continua Dionigi; «non ne faccio un tabù nemmeno del ruolo del
ricercatore, ma un tipo di reclutamento come quello che configura questa legge
va bene solo per maschi e ricchi, che nessuno ovviamente vuole: pensare di
importare un sistema flessibile di tipo anglosassone, in una società rigida come
la nostra, è un’operazione che può funzionare solo nel chiuso di un
laboratorio».
Anche l’accademia deve fare autocritica. Distorsioni nei meccanismi dei concorsi
locali, il proliferare indiscriminato delle cattedre, moltiplicazione delle sedi
periferiche non sempre giustificata. «La bandiera della valutazione e della
qualità che impugna il ministro la voglio impugnare anch’io», conclude Dionigi,
«ma l’eccellenza non si misura sulla base di questa follia didattica: io non
farò mai 120 ore di lezione. Oggi noi docenti ci sentiamo sconfortati,
schiacciati dal peso della didattica e degli impegni burocratici. Dobbiamo avere
il tempo di pensare, studiare, scrivere e dialogare con i nostri studenti».
Simonetta Pagnotti
7 marzo 2004
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