Gilda degli Insegnanti

di Napoli

 

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Università, la parabola del ricercatore precario
Una ministra sorda e un manifestante senza diritti


Vogliamo una storia-simbolo che esemplifichi l'inevitabile ruolo del ricercatore precario? Eccola qua: una vera parabola evangelica. Nell'ambito della mobilitazione del mondo universitario contro il ddl Moratti, il 17 febbraio pomeriggio, a Roma, in occasione dell'incontro tra ministro e rappresentanze sindacali, si è svolto un sit davanti al Miur di V. le Trastevere. Il sit in era indetto dagli studenti universitari della Sapienza e dalla Rete Nazionale dei Ricercatori Precari (www. ricercatoriprecari. org).
La piazza, che chiedeva il ritiro immediato del ddl, ha reclamato l'allargamento della delegazione sindacale ai precari che presidiavano il ministero; un sindacalista Snur ha ceduto il posto ad uno dei manifestanti, e l'allargamento ha trovato apparente realizzazione.

Uscito dal palazzo, il manifestante ha riferito di non esser stato nemmeno percepito dalla Sig. ra Moratti: nessun diritto di parola, nemmeno per presentarsi. Per passare il tempo, il poveretto si è dedicato ad annotare scrupolosamente quanto detto dal ministro e dai delegati sindacali: chissà, forse a causa dell'abitudine, in tutti i precari radicata come una seconda natura, del far verbali nelle sedute di organi collegiali, la cui storiografia tocca invariabilmente all'ultima ruota del carro, a chi insomma sta lì per lavorare come un mulo e tacere.

Il giovane è uscito, dunque, coi suoi fogli in mano; un docente universitario, anch'egli reduce dalla seduta in veste di delegato sindacale, ha subito notato, per antico e complementare istinto, che Dio aveva munito anche quella riunione d'un precario preposto a verbalizzare. «Ecco, bene ragazzo, bravo... quello è il verbale? Mandamelo, per favore, a questo indirizzo elettronico...».

La favola insegna: chi si fa precario, il lupo se lo mangia. La Moratti ritiene che la richiesta di interlocuzione diretta col ministero avanzata dai ricercatori precari, una delle parti sociali più immediatamente colpite dal suo disegno di legge, che è poco meno d'una condanna comminata dall'alto, possa esser soddisfatta da una cerimonia di corte.

Non è la sola a praticare questi metodi: l'indegna farsa di ciò che oggi si chiama "democrazia della delega" non ha, tra i suoi attori, solo l'ineffabile ministro. La storiella qui narrata solleva un problema politico assai serio: il diritto delle parti sociali ad interloquire in modo diretto e sostanziale con le parti politiche. La delega non si dà, a sindacati e politici, una volta per tutte. La si aggiorna, la si verifica, la si controlla.

Bisogna contrastare un vuoto di democrazia e rappresentatività di cui la nostra società è ammalata in modo ormai gravissimo. Rivendichiamo un'università progettata da tutte le sue componenti (studenti, docenti precari, docenti di ruolo)? Ma solo le categorie "forti" - ordinariato e docenza di ruolo - dispongono di consolidati canali di interlocuzione col ministero.

I ricercatori precari e gli studenti, le categorie cui il ddl Moratti fa pagare il prezzo più alto, rivendicano il proprio diritto di partecipare in modo diretto alla riprogettazione dell'università pubblica. L'atteggiamento gesuitico di chi li accetta come interlocutori purché tengano il becco chiuso ne scatenerà, spero, definitivamente la rabbia.

Sonia Gentili

21 febbraio 2004