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Il New York Times analizza trend Usa della «tolleranza zero»
Manette in classe agli studenti ribelli
Nello stato americano dell'Ohio finisce in cella una ragazzina che rifiutava di coprirsi l'ombelico

NEW YORK - Lo scorso ottobre, quando una quattordicenne di Toledo, in Ohio, si è presentata in classe con un provocante top che le lasciava l'ombelico scoperto, un insegnante le ha porto una camicia, ordinandole di indossarla. La teenager si è rifiutata. E ha fatto lo stesso quando, più tardi, sua madre è arrivata a scuola con una T-Shirt extra large. La disputa, finita sulla prima pagina dal New York Times, si è conclusa quando un poliziotto, assegnato alla scuola, ha ammanettato la ragazza ribelle che, a bordo di una volante, è stata trasportata al centro di detenzione del Tribunale per i minori della Contea di Lucas. Qui la ragazza, imputata soltanto d'aver indossato un abito giudicato troppo osé dal codice di abbigliamento scolastico del suo Stato repubblicano e bacchettone, è stata schedata, incriminata e ha trascorso varie ore in cella finché la madre, un tecnico che ripara macchinette automatiche dispensa-bibite, non è venuta a prenderla.

La giovane, il cui nome per motivi di privacy non è stato divulgato, è solo una tra oltre due dozzine di studenti di Toledo arrestati a scuola nel mese di ottobre per «crimini» quali insultare i compagni, dire parolacce in classe, non obbedire ai professori e violare il codice d'abbigliamento. Nel suo lungo reportage la giornalista del New York Times Sara Rimer spiega che il trend «non riguarda solo l'Ohio ma un po’ tutti gli Stati dell'Unione», dove «un numero crescente di scuole» si affida sempre più spesso «a carceri e tribunali» per risolvere problemi «di carattere squisitamente scolastico».

La nuova filosofia della «tolleranza zero», inaugurata a metà degli anni ’90 in seguito all'ondata di stragi nelle scuole Usa, sta provocando eccessi al limite del ridicolo. Nell'ultimo anno sono finiti dietro le sbarre due studenti di scuola media, rei confessi di aver spento la luce nella toilette delle ragazze e un’undicenne, arrestata perché «si nascondeva in un'aula vuota durante l'ora di lezione». Nel verbale compilato prima di prendere le sue impronte digitali (compromettendo per sempre la sua fedina penale), i poliziotti hanno scritto che «il sospetto non ascolta mai in classe e disturba il processo di apprendimento degli altri studenti».

Roba da barzellette, se non fosse che la crociata disciplinaria non risparmia neppure l’istruzione inferiore. In una scuola elementare della Pennsilvania un bimbo di 8 anni con problemi psicologici, peraltro ben noti al corpo docente, è finito in galera per aver «urinato sul pavimento, gettato una scarpa in aria e gridato al maestro "largo ai bambini"». «E' una vergogna - tuona Marsha Levick, direttore legale del Juvenile Law Center of Philadelphia, che rappresenta il piccolo - ciò può accadere perché la legge americana lo consente. La cultura è completamente cambiata rispetto a qualche decennio fa - precisa -. Oggi i tribunali minorili sono considerati l'antidoto per qualsiasi tipo di magagna che nel resto del mondo viene risolta con un cattivo voto in condotta o al massimo con la sospensione». Nell'America di oggi, il carcere è diventato insomma una sorta di estensione dell'ufficio del preside.

Un male considerato «necessario», soprattutto alla luce dei drastici tagli ai budget scolastici effettuati dall'amministrazione Bush, che ha eliminato migliaia di programmi speciali e di sostegno per gli studenti con problemi psicologici e comportamentali. «Il nostro obbiettivo è garantire che la scuola sia un luogo dove i docenti possano insegnare e i ragazzi apprendere - si difende Jane Bruss, portavoce del distretto scolastico di Toledo - certo che esistono alternative, ma sono troppo costose».

Com'era prevedibile, il trend ha già scatenato roventi polemiche. «Cercare di capire il perché di certi comportamenti e dare un’altra chance ai nostri ragazzi sono diventati concetti fuori moda - accusa Laurence Steinberg, docente di Psicologia alla Temple University e una delle massime autorità nel campo. James Ray, giudice della Tribunale per i minori della Contea di Lucas, gli da ragione: «Stiamo demonizzando la nostra infanzia - afferma - eppure solo il 2% delle incriminazioni vagliate dal mio tribunale riguarda incidenti seri quali aggressione ai professori o portare armi in classe».

In Stati come l'Ohio, la Virginia, il Kentucky e la Florida, i magistrati dei tribunali minorili sono in rivolta. «Siamo oberati da una mole di lavoro ridicola e insostenibile - si lamenta l'avvocato Andy Block, autore di uno studio sul tema per conto dell'American Bar Association's Juvenile Defender Center - ci obbligano a perdere tempo, risorse ed energie per problemi di competenza altrui». A finire nelle maglie della giustizia, secondo Block, sono soprattutto le minoranze e i ragazzi poveri e psicologicamente disabili: quasi il 70% degli studenti incriminati. «In passato questi studenti potevano usufruire di specialisti all'interno della scuola - spiega il Dr. Steinberg - ma le classi di sostegno non esistono più e i carceri minorili sono diventati la spazzatura dove la nostra società getta via i ragazzi indigenti e con problemi mentali e di apprendimento».

Alessandra Farkas

5 gennaio 2004