Gilda degli Insegnanti

di Napoli

 

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Poche risorse pubbliche e private
Una legge per la ricerca


Un problema assai serio del nostro Paese è la scarsità di risorse messe a disposizione per la ricerca, sia in ambito pubblico che in ambito privato. I paragoni non sono confortanti, sia con i vari Paesi europei sia con gli Stati Uniti. Questa inadeguatezza oggi costituisce una vera e propria arretratezza. La risposta per superarla sembrerebbe chiara: privilegiare senz'altro il settore scientifico e tecnologico orientando su di esso quantità e qualità degli investimenti. Dopotutto è questo settore che richiede gli investimenti maggiori. In un'economia-mondo caratterizzata da una elevata competitività e dalla conseguente spinta verso una continua innovazione, questo appare strategico per misurare una «ricchezza delle nazioni» orientata sempre di meno verso la materie prime e sempre di più verso le competenze. C'è tutto di vero in questa risposta. Ma a patto che non costituisca un pretesto per penalizzare o addirittura per degradare quella che costituisce una grande specificità della ricerca italiana, di grande valore simbolico anche su scala internazionale: il primato negli studi umanistici, storici, artistici, filosofici, letterari.

Ma la tendenza più rilevante sta nel fatto che, mentre in passato i settori tecnico-scientifici e quelli umanistici vivevano sviluppi paralleli e quasi indipendenti, oggi vi sono occasioni sempre crescenti di interazioni e di ibridazioni fra i due ambiti. I motivi sono molteplici: da un lato la scoperta e l'innovazione scientifica, proprio per essere efficienti, hanno bisogno di una varietà di linguaggi e di punti di vista che solo il sapere umanistico può dar loro; dall'altro le varie tecnologie, per essere accettate dal mercato e avere successo, hanno bisogno di una consapevolezza delle loro implicazioni etiche e sociali che solo un'attitudine riflessiva può produrre.

È bene che di tali temi si discuta oggi in Lombardia, che fra le varie regioni italiane è quella che possiede sia il maggior numero di Università e di Centri di Ricerca, sia il settore privato più disposto a investire in ricerca (una valutazione qualitativa del resto confermata dalle stime quantitative sulla portata degli investimenti). Dal punto di vista quantitativo la gran parte degli investimenti va al settore scientifico-tecnologico, in particolare alla ricerca medica: è inevitabile, ed è giusto che sia così. E tuttavia la Lombardia, terra di città d'arte e di movimenti culturali riformatori, possiede nelle sue Università come nella sua società civile una ricchezza di competenze umanistiche che si sbaglierebbe a giudicare semplicemente come prodotto di una fedeltà alla tradizione.

Al contrario, questa ricchezza è una risorsa decisiva per i processi di innovazione, a patto che si consenta a queste competenze di fiorire, di interagire in forma adeguata con le ricerche scientifiche e tecnologiche, di far rete con queste sul piano delle istituzioni come sul piano degli individui.

La Lombardia ha indubbiamente tutte le opportunità per proporsi come attore trainante e propositivo di una via italiana all'innovazione: oggi i processi di riforma consentono alle Regioni di legiferare in materia di «ricerca scientifica e tecnologica»: questa è un’occasione da non perdere.

MAURO CERUTI

29 marzo 2004