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La mobilitazione contro la riforma nella più grande università romana
La partita più dura è sui precari: senza di loro non funzionerebbe nulla
Indignazione alla "Sapienza". "Trattare? Non se ne parla"
Le iniziative continueranno: il 26 marzo sciopero generale degli atenei

di MONICA ELLENA



L'assemblea alla Sapienza

ROMA - Sulle quattro colonne del rettorato della Sapienza spiccano le tre I della riforma Moratti: ignoranti, ignari, imbelli. La quarta era sui volti della gente: indignazione. Indignazione per un disegno di legge che per molti tramortisce l'Università e che aggiunge precariato al precariato, chiudendo le poche porte rimaste aperte per i giovani.

Nella nuova giornata di mobilitazione degli atenei italiani, alla Sapienza, madre di tutte le proteste antimorattiane, sono tornati slogan e colori. Sul piazzale di fronte al rettorato, i prof hanno verbalizzato esami e dato risultati di prove scritte tra striscioni e messaggi urlati. "Fatti, non Moratti" e "Moratti co. co. dè" fino a "La Salaria precaria, campiamo d'aria".

La Salaria sta per la sede di Scienza della comunicazione, il "campiamo d'aria" per i pochi soldini con cui arrivare a fine mese. "Anche in prospettiva" dice Marco Bruno, dottorando in Scienze della Comunicazione che il suo futuro lo vede nero. Pesto. "Questo decreto è un vero disastro, ma non fa altro che aggravare una situazione già disperata.

L'Università vive sui precari, se da domani i ricercatori o i dottorandi si rifiutassero di fare lezione o esami, cadrebbe tutto l'ambaradan. È stato detto che non tutti i docenti sono contro la riforma. Sì, ma quelli a favore sono voci singole, gli organi collegiali o ufficiali come Senati accademici, comitati o consulte sono contro. Vorrà dire qualcosa...".

L'opposizione al provvedimento è diventata nelle settimane un vero proprio coro di no che dai corridoi universitari ha invaso prima le pagine dei giornali, poi i rettorati, infine le piazze. L'ateneo più grande d'Europa ha listato a lutto la sua bella Minerva, ha gestito il coordinamento nazionale, è andata nelle piazze a fare esami, è scesa in corteo fino al ministero.
"E andremo avanti ad oltranza, fino a quando quel disegno non cambia.

Il 26 marzo prossimo scenderemo in piazza in tutta Italia. Sarà una mobilitazione generale di tutta la scuola". Trattare? "Non se ne parla nemmeno". Punto e basta. Stefano Biagioni, direttore del Dipartimento di Biologia molecolare e dello sviluppo, è categorico. "Precarizzazione, esaurimento dei ricercatori e definizione di tempo determinato e tempo pieno: su questi tre punti non apriamo. Devono essere rivisti. La stessa conferenza dei presidi di facoltà li ha messi in discussione".

È sui ricercatori che si gioca la partita più dura. In Italia sono oltre 21mila, svolgono il 45% delle lezioni e i due terzi hanno un'età media di 50 anni. Nel rimanente terzo ancora in attesa di cattedra ufficiale c'è Maurizio Trebbi, ricercatore a Lettere e Filosofia. Da sette anni insegna Drammaturgia, se domani se ne andasse il corso sparirebbe. "Il fatto è che negli anni Novanta i concorsi praticamente non sono stati fatti e questo ha creato un precariato assurdo perché per far fronte alla mancanza di personale docente di cui c'era comunque bisogno ci si lanciati nell'alchimia, creando assegnisti, borsisti, dottori e precari vari".

Eppure il provvedimento di recente approvazione, inviato in questi giorni all'esame della Commissione cultura della Camera, mirava proprio a fare ordine nel caos delle gerarchie docenti. "Ma come si fa a fare una riforma senza alcuna copertura economica? - chiede Biagioni. "L'impegno finanziario previsto è risparmiare sulle supplenze, ovvero non darle. Quei soldi risparmiati servirebbero per coprire il differenziale tra i docenti a tempo determinato e tempo pieno. Così si cancellano ore di lezioni per dare lo stipendio a quei professori che hanno dormito sugli allori. L'unico impegno reale è questo".

Eppure una ventata d'aria fresca è arrivata dal ministero pochi giorni fa: 280 euro in più negli assegni di ricerca per 3500 precari con contratti a termine sparpagliati tra università e istituti vari. Trebbi smonta l'entusiasmo. "I ricercatori in scadenza prenderanno 280 euro in più e anziché un co. co. co un contratto a tempo determinato, sempre di cinque anni rinnovabili. Già, ma se un ricercatore di fisica quantistica lavora ad un progetto decennale e poi non trova il rinnovo alla fine del primo contratto, che fa? Va a fare ricerca quantistica in una segreteria amministrativa?".

Enzo D'Arcangelo, portavoce della protesta romana, sottolinea il valore della protesta. "Da oggi siamo in stato di agitazione permanente, arriveremo a bloccare le lezioni, faremo esami in piazza, cortei fino a forme di didattica autogestite".

L'occupazione alla Sapienza andrà avanti tutta la giornata. Le tre I intanto sono cadute dalle colonne del rettorato, la quarta resiste.

4 marzo 2004