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Scuola: «E adesso sciopero generale»
Scuole materne, elementari, medie e università. In
migliaia protestano, a Roma, contro la riforma della formazione e della ricerca.
Dai coordinamenti di base anche un appello ai sindacati: «Nessuna trattativa ma
ritiro immediato» CINZIA GUBBINI
LUCA TANCREDI BARONE Regalino di fine anno per il
ministro dell'istruzione Letizia Moratti. Un po' come si usava fare una volta
alle scuole elementari con la maestra. E' questo lo spirito con cui i
Coordinamenti per la difesa del tempo pieno hanno deciso di scendere di nuovo in
piazza ieri, a Roma, per protestare contro la riforma: un segnale dell'esistenza
e della persistenza di un movimento di base che va dalla scuola dell'infanzia
all'università. Ma anche un arrivederci a settembre. Certo non una
manifestazione oceanica anche a causa delle molte resistenze a scendere in
piazza per la quarta volta in meno di un anno e - perdipiù - con le macchine dei
partiti tutte prese dalla campagna elettorale. In effetti i numeri non sono
stati quelli a cui ci ha abituato il movimento di resistenza alla riforma, ma i
Coordinamenti incassano comunque i loro risultati. Prima di tutto l'adesione
amplissima - dall'Udeur a Rifondazione, dalla Cisl e diverse sigle e
associazioni - ad una piattaforma che pure resta indigesta a molti perché punta
all'abrogazione della riforma «senza se e senza ma». «E' la prima volta - dice
Marzia Mascagni, del Coordinamento per la difesa del tempo pieno di Bologna -
che insieme a quanti si sono mobilitati dal basso, ci sono anche forze politiche
e sindacali. Noi chiediamo che il loro sia un impegno serio: non vogliamo
trattare sulla riforma Moratti».
La questione dell'abrogazione diventa discriminante. E la Cgil si schiera senza
mezzi termini: lo dicono sia Guglielmo Epifani, presente ieri alla
manifestazione, che il segretario della Cgil scuola Enrico Panini: «E' ora -
dice Panini - di riaprire un confronto vero sulle politiche di scuola e
università». Mentre Rutelli, ieri impegnato a Sulmona, si limita a dire: «La
nostra linea è quella di essere al servizio della scuola pubblica e fare i
miglioramenti necessari». Non una parola di più. Non entra in tema neanche Piero
Fassino, accompagnato da una smagliante Lilli Gruber in piena campagna
elettorale.
Le scuole, però, dal palco chiedono un nuovo impegno: lo sciopero unitario
contro la riforma. Secondo Piero Bernocchi, protavoce dei Cobas, la
manifestazione di ieri segna una nuova alleanza tra scuola e cittadini.
Intanto, i Coordinamenti sottolineano la vittoria dell'allargamento del fronte,
con l'entrata ufficiale degli universitari (per la verità, ieri, un po'
pochini). Alcuni di loro hanno contestato Fassino: «L'Ulivo non ha aderito in
massa perché in fondo la riforma Moratti è in continiuità con quanto fatto dal
centrosinistra», è il giudizio lapidario di Andrea Capocci, della rete nazionale
dei ricercatori precari, il cui slogan merita di essere riportato: «Chi ci vuole
precari, ci vuole mercenari».
Gli insegnanti, intanto, sono impegnatissimi sul fronte interno dei collegi
docenti: il loro tentativo è quello di impedire ai dirigenti di nominare tutor o
adottare i libri di testo riscritti in base alle Indicazioni nazionali. I
programmi, dopo la marcia indietro del ministro sull'evoluzionismo, sono uno dei
loro argomenti preferiti: «Ma chi li ha scritti questi programmi, quattro amici
al bar?», chiede un insegnante di educazione tecnica, praticamente una specie in
via di estinzione visto che la riforma ha decurtato drasticamente le ore
dedicate a questa materia. Una bella sorpresa la presenza massiccia di Napoli e
dintorni: «Il nostro coordinamento ha iniziato a lavorare da due mesi - spiega
una mamma di San Giorgio a Cremano - intanto abbiamo fatto approvare un
documento dalla giunta contro la riforma». Presente, in fascia tricolore, anche
un consigliere comunale. Intanto sfilano decine di striscioni che raccontano dei
viaggi per arrivare a Roma: Genova, Chianciano, Pisa, Firenze, Venezia,
Verona... «C'è un movimento radicato, ora il nostro impegno deve spostarsi sui
contenuti: attraverso l'intreccio di pratiche politiche stiamo costruendo un
nuovo modello dell'istruzione che è elemento strutturante della cittadinanza»,
osserva Titti De Simone, deputata di Rfiondazione comunista.
16 maggio 2004
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