Gilda degli Insegnanti

di Napoli

 

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Docenti diplomati, che flop

GIANNI COLUCCI

Qui si insegna ad insegnare, ma non è una strada maestra per arrivare in cattedra. La scuola interuniversitaria per la specializzazione all’insegnamento, nata quattro anni fa all’università di Salerno, sembrava l'itinerario più giusto per arrivare in un’aula: sulla cattedra di insegnante con la preparazione adeguata, non con la semplice laurea. E sopratutto senza più la trafila umiliante, costruita sulle logiche perverse dei concorsi pubblici (graduatorie, raccomandazioni). La specializzazione evita anche la «mafia» dei punteggi: quanti insegnanti hanno dovuto prestare gratuitamente la loro opera presso le scuole private per «fare punteggio»?

«Purtroppo è un’esperienza che il parlamento ha deciso di modificare. Questa scuola diventerà un altro corso universitario. Hanno vinto logiche diverse», dice Sebastiano Martelli, direttore della scuola di formazione.

I precari hanno avuto la meglio. La legge istitutiva delle scuole di specializzazione equipara gli specializzati a coloro che si trovavano già in graduatoria: a chi esce dai corsi viene assegnato un bel gruzzoletto di punti (30, l’equivalente di due anni in cattedra) che consente di scalare posizioni. Così i precari storici con le loro pressioni, anch’esse legittime, hanno fatto cambiare idea al governo. In ogni caso, anche quest’anno, il 9 febbraio, si inaugura un nuovo corso. Ci sono sempre molte richieste di partecipazione, circa mille. E l’anno scorso solo 150 allievi potevano accedere al corso linguistico e al corso Fim (per docenti di scienze) un’altra trentina. «Salerno, assieme, alla Federico II ha il numero più alto di candidati d’Italia», dice Martelli, a testimonianza dell’interesse per la formazione. Ma la situazione della scuola italiana è difficile. Le classi sono state ridotte, oggi ci sono fino a 30 alunni per aula e le supplenze non si danno più, la curva demografica è quella che è: in conclusione non si trova posto automaticamente. Martelli conclude: «Siamo a metà strada rispetto all’obbiettivo che vogliamo raggiungere, abbiamo introdotto l’insegnamento di discipline psicopedagogiche e metodologiche, tecnologia della didattica e finanche tirocini di 200 ore affidati a supervisori, cioè docenti di scuola secondaria che hanno vinto un concorso per fare questo e sono il raccordo tra università e scuola: sono loro a preparare i futuri insegnanti ad andare in classe. Ma bisogna tener conto del passato, di chi aveva maturato diritti e delle vecchie graduatorie». Insomma la strada da percorrere per gli insegnanti è quella segnata anche per i giudici e gli avvocati: il concorso non basta, ci vuole anche una scuola specifica per andare nell’aula scolastica o in quella di un tribunale. Si è ancora in una fase di transizione, dalla specializzazione alla laurea, poi si vedrà. Resta il problema dello sbocco lavorativo.

Inutile però farsi illusioni, usciti dalla scuola di specializzazione il percorso per i docenti specializzati rimane lungo. Francesco Frasca, laureato in matematica, 30 anni, specializzato l’anno scorso, racconta: «Sono in graduatoria, questo sì: il corso è servito per l’abilitazione, mi ha arricchito professionalmente, ma non mi ha dato il posto. Splendido il corso con il laboratorio, abbiamo potuto davvero insegnare davvero ai ragazzi, sono il controllo dei tutor. Ora speriamo che si muova qualcosa. Diplomato a maggio, ho fatto solo una supplenza al Liceo scientifico». Prospettiva simile anche per lo specializzando Antonio Cardellicchio, al secondo anno in fisica e matematica e informatica, 30 anni, laurea in ingegneria elettronica in tasca. «L’interesse per l’insegnamento non c’era, è venuto dopo un’esperienza in azienda per tre anni. L’insegnamento se non un ripiego è l’alternativa ala libera professione. Ci sono colleghi di corso laureati in ingegneria che dopo un periodo in azienda desideravano un lavoro più tranquillo. Discorso diverso per i matematici: per loro è sbocco quasi obbligato. Ma la prospettiva futura è quella di un corpo a corpo con i precari storici. Sono molti più di noi e non accettano l’equiparazione con noi».

26 gennaio 2004