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I danni della controriforma
di red
Tutti precari
Attualmente la carriera universitaria si articola su tre livelli: ricercatori,
professori associati e professori ordinari. Tutti hanno un contratto a tempo
indeterminato. La riforma Moratti non modifica questa struttura. Introduce,
però, il meccanismo dei contratti a tempo per ricercatori e professori ordinari.
Li precarizza. Con un effetto immediato: la fuga dei giovani dall’università.
Che la carriera universitaria non sia semplice è vero anche adesso. Ma chi
l’affronterebbe con la consapevolezza di dover passare quasi tutta la propria
vita lavorativa in una condizione di precarietà? Perché questo avverrebbe: i
professori associati otterrebbero un contratto di sei anni, al termine dei quali
si dovrebbe decidere se rinnovarlo o tentare il concorso per ottenere una
cattedra. I ricercatori si troverebbero a dover cercare il rinnovo del loro
incarico ogni sei anni, senza alcuna garanzia.
La fine della ricerca pubblica
La ricerca è innanzitutto un problema di fondi, e da questo lato, come
denunciano da due anni i rettori di tutte le università italiane, il governo è
sordo. Ma è anche una questione di uomini e donne che devono lavorare
serenamente, nelle migliori condizioni. La precarizzazione, il rischio del
ricambio continuo dei ricercatori, danneggerebbe irreversibilmente la continuità
della ricerca. Un problema che si farebbe sentire soprattutto nelle discipline
scientifiche. Come si potrebbe, infatti, portare avanti una ricerca medica lunga
decenni in queste condizioni?
La finzione della trasparenza
Con la riforma verrebbe reintrodotto il concorso nazionale, al posto degli
attuali concorsi locali, accusati di clientelismo. Ma anche il concorso
nazionale era stato eliminato per la stessa ragione. In realtà non si cambia il
meccanismo di selezione. Che anzi, con la precarizzazione delle altre fasce,
viene concentrato nelle mani dei professori ordinari.
5 febbraio 2004
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