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Gilda degli Insegnanti di Napoli
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A proposito della riforma sui concorsi universitari Prima di entrare nel dettaglio delle proposte, serve forse richiamare alcuni princìpi che qualunque legge sullo stato giuridico dei docenti è chiamata a tutelare: la libertà di ricerca; la libertà di insegnamento; la reale autonomia delle università. Tre princìpi da cui discendono le norme operative: reclutamento, contratti, attività. Strano che nelle norme all'esame del Parlamento non vi sia traccia dei suddetti princìpi. Per questo allora ci preme l'affermazione della libertà di ricerca e del riconoscimento di questa come attività fondamentale dei docenti universitari: il ddl Moratti definisce il numero minimo di ore da dedicare alle attività didattiche e, togliendo la distinzione tra tempo pieno e tempo definito, consente ai docenti di svolgere attività libero-professionali senza grandi vincoli: non obbligare i docenti a svolgere attività di ricerca in università rischia di snaturare l'insegnamento universitario, che nasce e si alimenta dalla ricerca. Le università dovrebbero competere tra loro sull'eccellenza della ricerca e della didattica. Si concorda peraltro sulla necessità di tornare ai concorsi nazionali, ma per farlo occorrono due condizioni: i concorsi si svolgano in tempi certi e veloci, i candidati vengano valutati sul merito.
Il problema allora non è schierarsi pregiudizialmente pro o
contro il ddl Moratti, ma contribuire fattivamente a definire il volto
dell'università di domani. Interessa che l'università sia un luogo in cui,
attraverso le attività di ricerca, di insegnamento e di formazione, si valorizzi
la capacità della ragione umana (e quindi della scienza e dell'insegnamento) di
rispondere alle domande fondamentali della persona e della società. |