Gilda degli Insegnanti

di Napoli

 

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A proposito della riforma sui concorsi universitari
Basta nepotismi, conti il merito


Daniele Bassi

Lo scorso 26 gennaio il Consiglio dei ministri ha varato un disegno di legge delega sulla riforma dello stato giuridico dei docenti universitari. Dell'argomento - cioè delle modalità di selezione dei docenti, dei loro compiti didattici, di ricerca e organizzativi, del livello degli stipendi e della carriera - si parla ormai da qualche anno. La legge base attualmente in vigore risale al 1980, mentre le modalità concorsuali sono state riformate nel 1998, con l'abolizione dei concorsi nazionali e l'istituzione di "valutazioni comparative" svolte dai singoli atenei. In estrema sintesi il disegno di legge propone: il ritorno ai concorsi nazionali, l'abolizione del ruolo dei ricercatori, l'istituzione di contratti a tempo determinato per i giovani, l'abolizione della distinzione tra tempo pieno e tempo definito, un limite minimo di 350 ore dedicate alla docenza.

Prima di entrare nel dettaglio delle proposte, serve forse richiamare alcuni princìpi che qualunque legge sullo stato giuridico dei docenti è chiamata a tutelare: la libertà di ricerca; la libertà di insegnamento; la reale autonomia delle università. Tre princìpi da cui discendono le norme operative: reclutamento, contratti, attività. Strano che nelle norme all'esame del Parlamento non vi sia traccia dei suddetti princìpi. Per questo allora ci preme l'affermazione della libertà di ricerca e del riconoscimento di questa come attività fondamentale dei docenti universitari: il ddl Moratti definisce il numero minimo di ore da dedicare alle attività didattiche e, togliendo la distinzione tra tempo pieno e tempo definito, consente ai docenti di svolgere attività libero-professionali senza grandi vincoli: non obbligare i docenti a svolgere attività di ricerca in università rischia di snaturare l'insegnamento universitario, che nasce e si alimenta dalla ricerca. Le università dovrebbero competere tra loro sull'eccellenza della ricerca e della didattica. Si concorda peraltro sulla necessità di tornare ai concorsi nazionali, ma per farlo occorrono due condizioni: i concorsi si svolgano in tempi certi e veloci, i candidati vengano valutati sul merito.


E veniamo al punto più controverso del ddl Moratti, quello della precarizzazione dell'accesso. La proposta è di abolire il ruolo degli attuali ricercatori e di limitare a due i livelli di docenza: associati e ordinari. La fase di formazione dei futuri docenti sarebbe realizzata con contratti di ricerca quinquennali rinnovabili una sola volta. Il punto debole di tale percorso non risiede tanto nella precarizzazione dell'accesso (che non è una novità, ed è anzi da considerare fisiologica per l'università), quanto nella mancata previsione di adeguati compensi a fronte del rischio "precariato" (perché, ad esempio, non lasciare reale autonomia agli atenei nel decidere i compensi dei giovani aspiranti alla carriera?). Inoltre, ponendo a esaurimento il ruolo dei ricercatori, i prossimi concorsi per professore saranno saturati dagli attuali ricercatori e ci sarà poco spazio per i giovani, in un momento delicato per l'università: tra il 2007 e il 2013, infatti, una consistente parte di docenti andrà in pensione.

Il problema allora non è schierarsi pregiudizialmente pro o contro il ddl Moratti, ma contribuire fattivamente a definire il volto dell'università di domani. Interessa che l'università sia un luogo in cui, attraverso le attività di ricerca, di insegnamento e di formazione, si valorizzi la capacità della ragione umana (e quindi della scienza e dell'insegnamento) di rispondere alle domande fondamentali della persona e della società.

20 febbraio 2004