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Siamo sempre gli ultimi della classe
Il rapporto Ocse sulla scuola boccia l’Italia . Dopo
lingua e matematica, allarme in scienze
di RAFFAELLO MASCI
ROMA
Dopo averci comunicato in precedenti ricerche che siamo un popolo di ignoranti
che non conoscono neppure l’italiano (2000), e che siamo digiuni di matematica
(2003), l’indagine Pisa 2006 che sarà presentata stamattina a Parigi, sancirà
«anche» il fallimento nelle scienze. Il dato non ci coglie di sorpresa, perché
era nell’aria, ma ci fa un certo effetto, anche perché nella classifica dei 57
paesi su cui l’indagine si è stesa, veniamo dopo l’Estonia, la Slovacchia,
Macao, Taipei, la Croazia, la Polonia.
Il campione
L’indagine Pisa (Programme for International Student Assessment) si svolge su un
campione di quindicenni in tutti e 30 i Paesi dell’Ocse più un certo numero di
altri paesi, e verifica con i test le loro conoscenze in: lingua nazionale,
matematica e scienze. Ciascuna delle tre ricerche finora realizzate, ha poi
fatto un «focus» specifico su una di queste materie. Quella che verrà illustrata
oggi sarà sulle scienze e ci vede al 36° posto. In quella sull’italiano eravamo
terzultimi in classifica sugli, allora, 28 paesi Ocse, in matematica eravamo
penultimi. Meglio di noi stanno tutti i Paesi del G7 e gran parte di quelli
comunitari, eccetto Grecia, Portogallo, Bulgaria e Romania. Per quanto riguarda
la misurazione, alla media Ocse viene dato il punteggio di 500, rispetto al
quale si vede chi sta a cavallo e galleggia (Francia, Svezia e Danimarca, per
esempio), chi sta sotto (noi ma anche altri 31 Paesi tra cui gli Usa) e chi
svetta (venti Paesi in tutto, tra cui la Finlandia che è la prima). Possibile
che i quindicenni di mezzo mondo sviluppato sappiano fisica, chimica e biologia
così meglio dei nostri? In realtà la ricerca Pisa non misura il «profitto», in
senso stretto, ma la facoltà di «problem solving»: di tradurre cioè le
conoscenze in soluzioni di fronte a dei problemi. Quando lo studente italiano si
trova di fronte alla prova di lingua per esempio, spiega un tecnico Pisa, riesce
a rispondere a domande «chiuse» ma non a quelle «aperte». Se legge la favola di
Cappuccetto Rosso - per dire - e si trova di fronte alla domanda se il
protagonista avesse una nonna, un nonno o solo una zia, sa dove mettere la
crocetta giusta. Ma se gli si chiede di scrivere da chi fosse costituita la
famiglia di Cappucetto Rosso lascia lo spazio vuoto. C’è, in sostanza, una
incapacità di tradurre le cose apprese in risposte concrete a domande poste
dall’esperienza.
La soluzione
Si può fare qualche cosa per sbloccare questa situazione? «In questi anni c'è
chi si è dato da fare e chi no - dice Giuseppe Ferrari, direttore della
Zanichelli, una delle maggiori case editrici scolastiche - In Germania la
pubblicazione di Pisa 2003 è stata vissuta come un problema nazionale e ha
determinato una mobilitazione da parte della scuola e delle famiglie. Tant’è che
la Germania è risalita al 13° posto dal 18° che aveva: l’Italia ha perso 9
posizioni». In quanto editore, Zanichelli ha anche varato un progetto che
prevede, all’interno dei libri di testo, delle prove di valutazione analoghe a
quelle di Pisa, e una serie di esercizi di problem solving che vanno verso la
direzione auspicata dall’Ocse. Ma la questione principale è quella di avvicinare
i ragazzi alle scienze associando l’esperienza e il laboratorio allo studio.
«Noi - spiega Nicola Vittorio, presidente dei presidi delle facoltà scientifiche
- ci siamo posti questo problema già dal 2003 e abbiamo varato il progetto per
le lauree scientifiche, che comincia proprio da un lavoro di orientamento sui
ragazzi di 15 anni. Che cosa li frena ad avvicinarsi alle scienze? Secondo noi
l’”accademia”: l’apprendimento solo come una teoria libresca. La lezione
frontale è importante ma non può bastare. Lo studio delle scienze va fatto in
laboratorio e cominciando dall’esperienza. I ragazzi devono essere attori e non
recipienti. Non è possibile che a 8 anni chiedano il piccolo chimico a Babbo
Natale e a 18 preghino perché chimica non esca alla maturità». Questa svolta,
conferma Vittorio, non può che passare attraverso gli insegnanti e la loro
formazione. «La scuola non può diventare il posto in cui la passione per le
scienze viene soffocata».
Il ministero un gesto l’ha fatto: 34 milioni per tenere aperte le scuole al
pomeriggio, di cui 15 solo per i laboratori. Poi c’è un comitato presieduto
dall’ex ministro Luigi Berlinguer per la promozione delle discipline
scientifiche. Ora si tratta di mettere mano alla formazione che, finora, è stata
solo un adempimento burocratico. Fioroni lo ha detto, con una frase ad effetto,
in Commissione: «Credo che dobbiamo rivedere per gli insegnanti il sistema dei
master e dei corsi di aggiornamento. Perché in questo campo si è verificata una
situazione simile a quella che Lutero condannava a proposito delle indulgenze: è
certo il lucro di chi vende le indulgenze ma non è affatto certa l'acquisizione
del posto in Paradiso».
La rilevazione
COME FUNZIONA IL TEST PISA
La ricerca
Pisa è un'indagine internazionale con periodicità triennale che valuta
conoscenze e capacità dei quindicenni dei 30 Paesi Ocse più altri Paesi
sviluppati (l’ultima indagine è stata fatta su 43 nazioni). Non valuta tanto le
competenze in senso stretto quanto la capacità di applicarle ai problemi reali.
Le materie
Ogni volta si valutano i tre ambiti della lettura, della matematica e delle
scienze (oltre ad alcune competenze trasversali), ma se ne approfondisce uno a
rotazione (la lettura 2000, la matematica 2003, scienze 2006) in modo da avere
un quadro dettagliato dei risultati degli studenti in ciascun ambito di
competenza ogni nove anni.
Gli strumenti
La rilevazione avviene attraverso prove scritte strutturate che durano due ore
per ciascuno studente. Le prove sono costituite da domande a scelta multipla,
domande aperte a risposta univoca e domande aperte a risposta articolata.
5 dicembre
2007 |