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Quanto conta la scuola per il PD?
Gianni Gandola
Ezio Mauro sulla Repubblica di lunedì 15 ottobre ha titolato l’editoriale di
commento delle elezioni primarie del PD “Non sprecare questa forza” e scrive che
“nonostante tutto, nel cosiddetto popolo della sinistra c’è ancora una
disponibilità alla speranza, a ripartire e a riprovare, se soltanto si mostrano
gli strumenti e gli uomini, i modi e le forme con cui tutto questo potrebbe,
forse, accadere”. E’ indubbio che oltre tre milioni di persone che si sono
recate a votare, domenica, per scegliere il segretario del PD rappresentano
insieme un enorme fatto democratico e un dato politico rilevante. Una forza da
non sprecare, appunto, soprattutto se si pensa a quel che successe dopo le
primarie di due anni fa, quelle di Prodi. Allora la forte domanda di cambiamento
e di partecipazione che proveniva dal popolo di sinistra finì soffocata tra le
spire di vecchie logiche politiche. La politica politicante, quella degli
apparati di partito, prese il sopravvento senza che lo spirito dell’Ulivo e la
cosiddetta “società civile” potessero avere una adeguata rappresentanza. E’ bene
non dimenticare.
Per non ricadere negli stessi errori occorre allora puntare, da subito, ad un
forte rinnovamento della politica e delle sue forme. Occorre che il nuovo
partito sia veramente una formazione democratica, espressione degli elettori,
dei cittadini, del mondo del lavoro e delle professioni più che la sommatoria
delle precedenti strutture di Ds e Margherita con il relativo stuolo di
funzionari.
E’ indubbio che una parte, non proprio irrilevante, degli elettori del PD
appartiene al variegato mondo della scuola, tra insegnanti, operatori
scolastici, studenti e genitori. (Sarebbe interessante, a questo proposito,
sapere quanti tra gli eletti all’assemblea costituente del PD provengono da
quest’area).
E’ altrettanto indubbio che l’istruzione nei programmi di Ds e Dl in questi anni
a parole ha avuto un certo spazio, nei fatti molto meno. Per non dire della
politica scolastica del governo di centrosinistra, spesso oscillante e priva di
un organico respiro riformista (al punto da rimpiangere il famoso “mosaico” di
Berlinguer…). Come pure non si può trascurare il fatto che ancora una volta la
scuola è sacrificata dalla finanziaria, sul piano delle scelte politiche e delle
risorse economiche.
Tanto, si sa, tutti a parole non esitano a riconoscere l’importanza
dell’istruzione (non era anche fra le 10 priorità di Prodi?) ma a livello di
opinione pubblica e di mass media la scuola notoriamente pesa poco. Finisce sui
giornali giusto in occasione di qualche evento eclatante, qualche episodio di
bullismo o di malcostume e poi torna nel dimenticatoio.
Ora, la domanda che si pone è: che peso ha la scuola pubblica per il nuovo
partito?
Mettere la scuola ai primi posti vuol dire innanzi tutto considerare sul serio
come una priorità l’investimento di risorse professionali e finanziarie e il
miglioramento della situazione esistente (in termini di riqualificazione e
formazione del personale, di qualità dei servizi, di miglioramento delle
strutture e degli ambienti educativi, di innovazione didattica).
Vuol dire dare spazio sul territorio ad una rete di strutture di base,
indispensabili laboratori di idee e di proposte (si chiamino ancora commissioni
scuola o in altro modo), luoghi di elaborazione collettiva che possano
costituire la linfa vitale, il terreno su cui costruire una politica scolastica
attenta ai bisogni della gente ed alla funzionalità del servizio pubblico.
Ricostruire un rapporto con il mondo della scuola e le sue espressioni più
avanzate.
E’ questo che si accingerà a fare il PD? Lo vedremo nei prossimi mesi.
18 ottobre 2007 |