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Libertà di insegnamento
senza scorciatoie
di Calogero Virzì
Un doppio plauso a Ritanna Armeni e Giuliano Ferrara.
Il primo per aver portato in prima serata la discussione sulla libertà di
insegnamento; il secondo per aver affrontato il tema con una particolare
ponderazione propria e degli ospiti.
Nulla da dire quindi? No, tutt’altro.
La discussione è stata utile e interessante, ma dal nostro punto di vista merita
più di un approfondimento.
Al centro della trasmissione una docente di un liceo romano, contestata da
alcuni genitori e da alcuni alunni per delle scelte relative ai testi fatti
leggere durante una attività di ricerca testuale.
Non riteniamo di avere alcunché da dire sul singolo caso, di cui non abbiamo
conoscenza diretta, ma certamente riteniamo di dovere aggiungere delle
importanti considerazioni rispetto a quanto emerso durante la trasmissione “Otto
e mezzo”.
La trasmissione, dopo una ricostruzione dei fatti, si è concentrata sul tema
generale della libertà di insegnamento, garantita dalla Costituzione e si è
posto il problema se tale libertà sia da considerare senza limiti e regole.
L’Assemblea Costituente nel 1947 scrisse all’articolo 33: “L’arte e la scienza
sono libere e libero ne è l’insegnamento”. L’assunto costituzionale è chiaro, ma
come si fa a garantirlo? Esiste una procedura perché la libertà del docente non
sconfini, non produca abusi, eviti incidenti e conflitti come quello che ci è
stato raccontato? Sì.
Il Parlamento nel 1974 fornì all’insegnamento due strumenti di lavoro. Il primo
riguarda la sperimentazione degli ordinamenti (art 3 legge 419/74). In questo
caso l’iniziativa può essere assunta dalla singola scuola e deliberata, se non
altro per i riflessi finanziari inevitabili, dal governo centrale. Dopo di che i
docenti avviano la prevista attività innovativa.
Il secondo strumento riguarda la sperimentazione metodologico-didattica (art. 2
legge 419/74). In questo caso è il singolo docente che promuove l’iniziativa e
la porta all’approvazione del consiglio di classe e del collegio dei docenti
della scuola.
Il caso esaminato e discusso durante la trasmissione “Otto e mezzo” si inquadra
nella seconda tipologia.
Quindi nella legislazione italiana esistono non solo norme costituzionali, ma
anche norme ordinarie che garantiscono e regolano la libertà di insegnamento.
Ma cosa deve fare in concreto l’insegnante che decide di sperimentare e innovare
la didattica all’interno della propria disciplina?
Prima tappa. Un docente accorto, prima di tutto, discute il suo progetto nei
dipartimenti disciplinari perché in quella sede i colleghi, in possesso delle
stesse competenze, possono fornirgli un aiuto per arricchire il progetto,
correggere eventualmente il tiro fin dall’inizio, scegliere con la massima
oculatezza e competenza le fonti di studio, condividere le scelte più difficili.
Se il contributo atteso non viene egli va avanti lo stesso.
Seconda tappa. Il progetto, arricchito o meno dei pareri anche informali degli
altri esperti della disciplina, va presentato al consiglio di classe, del quale
fanno parte anche i genitori e gli alunni. In tale sede i colleghi, contitolari
del processo educativo, possono non solo contribuire a migliorare la
progettazione, ma anche a monitorare il processo in quanto insegnanti della
stessa classe, o, se emerge un dissenso non componibile con il docente
proponente, utilizzare la propria libertà di insegnamento per integrare la
visione non condivisa con altri punti di vista. Da 8 a 10 docenti formano un
consiglio di classe e lavorano assieme non perché amici o simpatici gli uni agli
altri, ma perché complementari, anche nella visone del mondo e della conoscenza.
Questa è la principale ricchezza delle scuole statali. Ma nel consiglio di
classe siedono anche i rappresentanti degli alunni e dei genitori. Quale
migliore occasione per spiegare anche in sede istituzionale le proprie ragioni e
condividere, se possibile, le scelte? Non sempre il consenso si ottiene.
In questo caso l’insegnante, convinto del proprio progetto, usa la libertà di
insegnamento per andare avanti e si mette in posizione di ascolto, senza
vittimismo, nei confronti di quanti hanno espresso parere critico o negativo,
sicuro di non rischiare l’indottrinamento dei propri allievi in quanto gli altri
docenti che si alternano nella classe sono a conoscenza del progetto e possono
garantire il pluralismo dei punti di vista, degli approcci metodologici, delle
chiavi di lettura.
Non ha necessità di invocare la libertà di insegnamento chi decide la scelta di
canoni o contenuti standard, universalmente condivisi o almeno maggioritari nel
dibattito scientifico e pedagogico. In questo caso si fa un’opera meritoria per
sé e per il paese, senza nulla di straordinario. La scuola d’altronde non ha
bisogno di eroi; è già tanto disporre di professionisti capaci e responsabili.
Si può scegliere però anche un percorso più ardito, legato alla ricerca
didattica. La scuola e la società italiana tutta hanno enorme bisogno di
insegnanti che fanno ricerca didattica. Il futuro sta nell'esplorazione del
nuovo e dell'inatteso. In questo caso lo strumento che aiuta il docente nel suo
arduo compito è la libertà di insegnamento che gli permette di avviare e portare
a termine forme di ricerca didattica innovative, però metodologicamente prive di
scorciatoie, lontane dall’autoreferenzialità, dal narcisismo pedagogico o peggio
dall’avventura cognitiva.
17 febbraio 2006 |