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Se la scuola perde credibilità
di Rosario Pesce
La scuola italiana vive oggi uno dei
momenti meno felici della sua storia, pur non lunghissima: il personale docente
è oggetto di attacchi di rara violenza, verbale e politica, mentre l’istituzione
scolastica, in quanto tale, subisce un processo di delegittimazione, teso forse
a rilanciare il ruolo di altre agenzie culturali, presenti sul territorio
nazionale.
Tentare di reperire e di approfondire le radici di un processo simile può
apparire ad alcuni un mero esercizio storiografico, fine a se stesso, ma ha, a
mio parere, ancora, una sua ragion d’essere.
La scuola italiana ha subito, in epoche storiche lontane fra loro, due grandi
trasformazioni, che l’hanno modificata così profondamente, talché essa è
apparsa, poi, quasi irriconoscibile ai suoi stessi fruitori ed operatori.
Il primo cambiamento in ordine cronologico, a cui intendo far riferimento, fu la
riforma gentiliana, voluta fortemente nel corso degli anni Venti del ‘900 dal
Fascismo, per scopi politici, oltre che per un’esigenza oggettiva.
L’Italia era, allora, un paese dalla storia nazionale, ancora, assai breve ed il
sistema scolastico vantava i difetti tipici di un organismo non collaudato: nel
periodo precedente, liberale e giolittiano, la scuola era divenuta
progressivamente un servizio offerto a molti, nella misura in cui le riforme
avevano previsto l’innalzamento dell’età dell’obbligo scolastico e la completa
gratuità dello stesso. La scuola italiana, però, nonostante questi evidenti
progressi legislativi, non aveva una ben precisa identità sociale.
Cosa essa poteva e doveva essere in quell’Italia liberale, baronale e massonica?
Il luogo di formazione per i figli dell’Italia povera ed ancora agricola? I
figli del baronato italiano, sia quello settentrionale che meridionale, infatti,
non si avvalevano del servizio scolastico pubblico, visto che l’istituzione del
precettore privato era, ancora, molto diffusa.
Il Fascismo, ideologizzando, per gli evidenti e legittimi scopi della propaganda
di regime, i programmi scolastici e facendo dell’insegnante in generale e del
maestro elementare, in particolare, un novello sacerdote, capace di gestire e di
somministrare i culti di una rinnovata religione civile, contribuì non poco alla
costruzione di un modello di professionista, che godeva di un vasto rispetto
popolare.
L’avvento della Repubblica democratica ha, opportunamente, laicizzato la figura
del docente, lasciando in sorte a quest’ultimo una mansione più strettamente
tecnica e, perciò stesso, weberianamente meno ‘valutativa’.
In tal senso, l’altra grande rivoluzione, quella del post ‘68, ha approfondito
un solco, che, quanto ai destini della funzione sociale dell’insegnante, si era
già profilato all’indomani della lotta di Liberazione e della caduta del regime
mussoliniano.
La scuola si è parlamentarizzata, in linea con quanto la Costituzione, di
matrice kelseniana, del 1948 ha fatto con gli assetti istituzionali del nuovo
Stato, che si è edificato sul primato, appunto, degli organismi rappresentativi.
L’istituzione scolastica, in virtù dei Decreti Delegati dei primi anni ’70, ha
iniziato a riprodurre, al proprio interno, gli schemi della democrazia
partecipativa ed ha individuato, perciò, nell’acquisizione del consenso sociale
il parametro di misura per il successo della sua azione didattica ed educativa.
Questo fattore ha, progressivamente, determinato l’allargamento delle funzioni
e, ad un tempo, lo svuotamento di proprie peculiarità da parte
dell’organizzazione scolastica: per venire incontro alle richieste di una
società, sempre più complessa e bisognosa di nuovi input culturali ed
informativi, la scuola è diventata un indefinito contenitore, in grado di
offrire ai suoi alunni, oltre che lo svolgimento dell’ordinaria programmazione
curricolare, servizi ulteriori, che presumono, sovente, la figura di un docente
tuttologo.
L’educazione stradale, quella affettivo-sentimentale, quella alla cittadinanza,
alla legalità e alla convivenza civile, quell’alimentare, quella tecnologica, ed
altre ancora, sono diventate l’oggetto quotidiano dell’offerta formativa della
scuola italiana, di qualsiasi ordine e grado essa sia.
La finalità comportamentale ed educazionale – come si può notare, anche, dalla
dizione dei nuovi insegnamenti – ha preso il sopravvento rispetto allo scopo
divulgativo stricto sensu, quasi a configurare il modello di una nuova
istituzione scolastica, impegnata fortemente sul versante della precettistica,
piuttosto che su quello tradizionale della diffusione della cultura.
Questo cambiamento ha giovato all’odierno insegnante, che si trova a vivere, per
suo conto, enormi difficoltà sul piano del trattamento economico e salariale?
La sua professionalità ne esce, così, arricchita o depauperata?
La stima, che egli stesso e gli altri hanno della sua attività, e la
credibilità, scientifica ed educativa, un tempo fondativa del primato sociale
della sua figura professionale, ne traggono qualche sensibile vantaggio?
Ancora, la scuola ha i mezzi necessari e l’adeguata vocazione, per insegnare la
corretta e sana alimentazione a chi non sa mangiare? Può insegnare comportamenti
probi e saggi a chi è abituato, forse atavicamente, a vivere nell’illegalità?
Può insegnare atteggiamenti, edificati nella traccia della legalità e
socialmente non scorretti, a quanti non hanno alcuna frequentazione con le
complesse regole e pratiche della democrazia?
Può, in conclusione, la scuola sopravvivere a se stessa, rischiando di non
morire, oberata dalle troppe e difficili mansioni, che una società, distratta e
talora, perfino, insana, le ha affidato, fin troppo confusionariamente, per
tentare di curare, forse, meglio se stessa?
12 novembre 2006 |