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Aumenti di merito ai docenti, è scontro.
Ma per i sindacati, a sei anni di distanza dalla
megaprotesta dei prof contro i quiz per separare i bravi dagli altri, il
concetto di verifica del merito individuale continua a non avere senso.
I sindacati si dividono sulla risposta a Luigi
Berlinguer e riaprono la questione della riforma Moratti. I Cobas: il governo
non sbagli come 6 anni fa. Cgil e Cisl: valutazione sì, ma servono risorse
di Giulio Benedetti
ROMA - Per l’ex ministro dell’Istruzione, Luigi Berlinguer, i tempi sono maturi
per tornare a parlare di verifica della qualità dei docenti. Ma per i sindacati,
a sei anni di distanza dalla megaprotesta dei prof contro i quiz per separare i
bravi dagli altri, il concetto di verifica del merito individuale continua a non
avere senso. L’uscita di Berlinguer trova le sigle della scuola, ormai prive del
collante dell’antimorattismo, poco convinte ma in disaccordo tra loro. L’agenda
del nuovo governo sull’Istruzione - Fioroni ha scelto di studiare i problemi e
non esternare - è ancora in bianco e già appaiono le prime incrinature tra i
sindacati dopo un quinquennio di compattezza contro l’ex ministro. I Cobas a
capo del movimento «Fermiamo la Moratti» accusano la Cgil di fare retromarcia
sull’abrogazione della riforma, la Gilda è pronta allo scontro con gli altri
sindacati se non otterrà un’area contrattuale separata per i docenti, ossia
senza i bidelli. Posizioni divergenti anche in materia di merito, anzi di
valorizzazione professionale, la formula più usata. Per Gilda e Cobas, i due
sindacatini (8 e 5% di consenso) che sei anni fa hanno portato allo sciopero
contro il «concorsone» propedeutico agli aumenti di merito un docente su tre,
causando la caduta di Berlinguer, i tempi oggi non sono maturi. «È facile
individuare il demerito - dice il coordinatore Rino Di Meglio -; è arduo,
invece, determinare i meriti: nessuno ha trovato, per quanto ne so, un metodo.
Servirebbe un’autorità indiscussa». «Errare è umano, perseverare è diabolico -
dichiara Piero Bernocchi, portavoce dei Cobas scuola -. Berlinguer allora
sbagliò grazie ai consigli dei confederali, ma quando provò a concretizzare
scoprì di non avere gli strumenti per misurare il merito e si mise contro la
categoria che aveva capito come sarebbe andata a finire: 20% di bravi col
bollino blu, 80% di meno bravi. La valutazione va fatta seguendo quotidianamente
il lavoro del docente, non ci sono quiz né formule».
A sei anni di distanza il ricordo del «concorsone» scotta ancora tra confederali
e autonomi. La mattina del 17 febbraio, Cgil (30% di consenso), Cisl (25) Uil
(12) e Snals (19) per poche ore si trovarono quasi senza base: avevano aderito
allo sciopero 320 mila docenti. Un segno della specificità della tradizione
sindacale dei prof. «Più da colletti bianchi - osserva Alessandro Cavalli,
docente universitario a Pavia, esperto di problemi dell’educazione - che da
categoria operaia. La fedeltà non è assoluta, perché il loro lavoro ha un
elevato grado di autonomia».
E difatti la reazione all’uscita berlingueriana sui «tempi maturi per il merito»
è di estrema prudenza. In Europa nella valutazione interviene il preside, in
quanto responsabile dei risultati dell’istituto. Berlinguer ipotizzò un concorso
selettivo statale. Per confederali e Snals le parole d’ordine sono promozione
della professionalità diffusa, valorizzazione, opportunità per tutti. Le
emergenze 2006 per il leader della Cgil scuola e università, Enrico Panini, sono
anzitutto le retribuzioni e il problema dei precari: «Si può affrontare anche la
valutazione, purché ci siano le risorse. Ci vuole una proposta confederale
aperta, in grado di misurarsi con una professionalità diffusa - la differenza
non la fa il prof bravo ma il collettivo - da sottoporre a un referendum
d’ingresso e uno finale». «Nessun tabù, d’accordo, ma non bisogna ripetere gli
errori del passato - dichiara Francesco Scrima, segretario generale Cisl scuola
-. Dare tanto a pochi non risolve il problema. La proposta deve essere
un’opportunità offerta a tutti».
5 giugno 2006 |