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Lettera al quotidiano IL MATTINO di Napoli
«Il governo sbaracchi la scuola-azienda»
di Gianfranco Pignatelli
Che appartenga alla quota rosa o celeste, che sia ex socialista, ex comunista,
ex democristiano o ex e chissà cos’altro, non fa differenza. Alla scuola serve
un ministro che conosca la scuola e ne apprezzi il ruolo sociale. Che non la
governi in modo strabico: nell’interesse ora di Confindustria o della Cei, ora
di Cl o di un’altra qualunque lobby e non la confonda per un’azienda. Inoltre,
per scongiurare ulteriori interferenze, prevaricazioni e commistioni, è bene che
l’Unione scinda il ministero dell’istruzione da quello dell’università e della
ricerca. Passando dal metodo al merito, occorre che il prossimo ministro rilanci
la scuola di tutti e per tutti, quella laica e pluralista, le restituisca il
ruolo di agenzia educativa capace di garantire pari opportunità ai suoi
cittadini, ovunque vivano a da qualunque estrazione provengano; rilanci il tempo
pieno, prolungato ed esteso; ripristini le regole democratiche in seno agli
organi collegiali; valorizzi la funzione docente, tutelando la libertà didattica
e incentivando l’aggiornamento; salvaguardi la continuità didattica
indipendentemente dal vincolo dell’orario cattedra; onori gli impegni elettorali
assunti, in tema di lotta alla precarietà, partendo dal pubblico impiego e dal
comparto scuola (il più precarizzato degli ultimi anni: più 153%), con la
immissione in ruolo su tutti i posti disponibili e su quelli resi liberi dai
futuri pensionamenti; incentivi la piena occupazione e, a un tempo, scoraggi il
cannibalismo professionale dei docenti in ruolo che, attraverso le graduatorie
permanenti e le varie forme di mobilità, sottraggono opportunità di lavoro ai
precari; tuteli le priorità acquisite negli anni; tronchi il mercimonio di
master, specializzazioni stage, perfezionamenti e quant’altro imposto ai precari
per non perdere posizioni in graduatoria; assicuri che la formazione di nuovi
docenti sia subordinata al reale fabbisogno e limitato a quelle regioni e quegli
insegnamenti che abbiano esaurito le graduatorie esistenti; si adoperi perché
l’università smetta di perseguire il profitto e ritorni a fare ricerca e
didattica, rispettando l’autonomia della scuola; vigili costantemente sulla
compatibilità degli istituti privati con i parametri del sistema scolastico
nazionale e sul possesso dei titoli, dei margini di autonomia e delle tutele dei
diritti sindacali per i loro dipendenti. Occorre che il governo dell’Unione
abbia il coraggio di attuare un netto cambiamento, rinunciando ad atteggiamenti
ambigui, a partire dall’abrogazione della riforma Moratti e da quell’articolo 5
che azzera i diritti dei precari e, con la chiamata diretta, favorisce privilegi
e nepotismo. L’Italia e la sua scuola sono stufe di politici senza idee e senza
coraggio, che sanno coltivare grandi ambizioni solo se all’opposizione, ma non
hanno l’onestà e la coerenza per realizzarle. La scuola non può essere solo
all’opposizione di tutti, sempre. Ha il diritto di essere governata con
equilibrio e saggezza, ha il diritto ad un progetto serio e coerente da offrire
ai suoi giovani, alle famiglie e ai suoi operatori.
Gianfranco Pignatelli - NAPOLI
RISPONDE PIETRO GARGANO:
Il professore Pignatelli scrive a nome dei Cip, i Comitati insegnanti precari.
Gli diamo voce perché ci sta a cuore tutto ciò che è ingiustamente precario. Ma
soprattutto perché ne approfittiamo per ribadire che è dalla scuola che deve
ricominciare un Paese che vuole riacquistare civiltà e speranza. Non si possono
delegare alla scuola compiti imponenti di educazione e di cultura, quando ci fa
comodo, se poi si fa poco o nulla per favorire quelle funzioni preziose. Una
nazione che paga poco i suoi insegnanti, che gli nega degne strutture e
aggiornamento, che svilisce la funzione pubblica, che trasforma un’aula in una
mera anticamera dell’ufficio e della fabbrica, è una nazione di pazzi.
23 maggio 2006 |