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Intervista al ministro che non c'è
E' solo un sogno, non è uno scoop giornalistico. Ma in
attesa dell'esito del ''toto-ministri'' vi raccontiamo la scuola che, da domani,
vorremmo il governo contribuisca a creare
di Gianfranco Pignatelli*
Onorevole ce l’ha fatta?
Ebbene sì.
Ministro dell’istruzione o della Pubblica Istruzione?
Pubblica, ovviamente.
Ma, quanto Pubblica?
Tanto da puntare, in primo luogo, sulla scuola statale come scuola di tutti e
per tutti. Ma non solo.
In che senso?
La Costituzione contempla una scuola gestita dallo stato ed una non statale ma
altrettanto pubblica, dal 2000, vincolata al rispetto della legge n.62 che
subordina la parità a precise condizioni.
Condizioni aggirate e disattese dalla sua predecessora.
Purtroppo.
E allora?
Occorre che il ministero vigili per la moralizzazione del comparto ed il
rispetto dei parametri stabili, escludendo tutti coloro che non li rispettano.
Pensa che si possa?
Credo che si debba. Magari facendo qualcosa in più. Prescrivendo il rispetto
degli standard di qualità, dell’autonomia decisionale, dei diritti retributivi e
sindacali dei dipendenti delle paritarie, ma anche nuovi doveri.
Addirittura?
Certo, ad esempio quello di attingere i docenti dalle pubbliche graduatorie
permanenti.
Come si può imporre ai privati l’obbligo di sottostare a graduatorie
pubbliche?
Si deve. D’altronde non si può rivendicare il sostegno economico statale in
virtù di un preteso servizio pubblico e nel contempo arrogarsi il privilegio di
scegliere privatisticamente i propri docenti.
Ma non sarà accusata di furore statalista?
No, anzi. Si favorirà la competitività su basi davvero paritarie. Sarà
valorizzata la qualità degli istituti seri ed i loro insegnanti saranno,
finalmente, redenti dal “peccato originale” della chiamata diretta, affrancati
dal marchio di privilegiati e raccomandati.
Questo contribuirà alla lotta al precariato?
Certo, ma il contributo maggiore in questa battaglia lo deve dare lo stato.
Allora mai più precari?
Non esageriamo. Negli ultimi anni, in modo irresponsabile, sono stati istituiti
percorsi abilitanti pur sapendo che le graduatorie erano stracolme e le
disponibilità inesistenti.
Errore di valutazione?
No, speculazione. Si sono istituiti sempre nuovi cicli SSIS per foraggiare gli
atenei che le gestivano.
Addirittura?
Non solo. Sui precari, perché non fossero scavalcati in graduatoria, s’è creato
un mercimonio di master, specializzazioni, stage e perfezionamenti, perché
guadagnassero pochi punti e spendessero molti denari.
Come pensa di porre rimedio a tutto ciò?
Applicando la legge vigente, sempre disattesa, con la quale si stabilisce che la
formazione di nuovi docenti sia subordinata al reale fabbisogno e circoscritto a
quelle regioni e quegli insegnamenti che abbiano esaurito le graduatorie
esistenti.
Crede che basti?
Occorre anche che l’Università smetta di puntare al profitto e torni a fare
ricerca e didattica, rispettando l’autonomia della scuola.
Crede che la separazione tra Scuola, Università e Ricerca possa giovare?
Assolutamente sì.
Sembra di capire che il precariato sia una priorità del nuovo ministro…
Del ministro e del governo. Lo abbiamo scritto nel programma e lo realizzeremo.
Avendolo imposto all’imprenditoria privata non possiamo non realizzarlo nel
pubblico impiego, partendo dalla scuola.
Si comincia dagli ultimi perché siete di sinistra o c’è dell’altro?
C’è tutto il resto. La precarietà è un cancro della scuola italiana. Non tanto
per le implicazioni occupazioni ma per la stessa qualità dell’offerta didattica.
Il perenne valzer delle cattedre arreca dei disagi funzionali ma anche
affettivi, impedisce la continuità didattica, impone ai docenti che subentrano
l’adozione di testi scelti da altri, arrivano troppo tardi per la programmazione
e vanno via troppo presto per verificare quali risultati abbia riscosso la
propria attività e tanto altro ancora.
Quindi meno precarietà per una maggiore qualità?
Senz’altro.
Ministro, a dispetto del nome, l’Unione s’è divisa sulla Riforma Moratti tra
abrogazionisti ed anti-abrogazionisi.
Il disagio è grande. Per cinque anni, su tutti i palchi, in tutti i convegni, in
ogni assemblea e con i comitati “fermiamo la Moratti” abbiamo portato in piazza
studenti, insegnanti (precari e non), genitori e, finanche, figli e scolaresche.
Oggi non possiamo essere pavidi o ambigui. Se pure ci limitassimo a stornare ciò
che non va ci renderemmo conto che rimarrebbe il solo involucro. Il cui solo
nome evoca destabilizzazione e d-istruzione della scuola pubblica, travaso di
risorse statali verso i privati, ribaltoni normativi ed insensatezze d’ogni
tipo.
Adesso che, finalmente, la Moratti s’è fermata i solerti moderati ed i
pragmatici dicono che non si può cambiare scuola ad ogni cambio di maggioranza,
che l’ordinamento non è tutto, e così via…
La politica deve assumersi la responsabilità di non deludere le aspettative di
coloro che hanno pensato che dalla fabbrica di Prodi uscisse una scuola nuova e
non una riciclata.
Quanto nuova?
Tanto da essere di tutti e per tutti, davvero laica e pluralista. Che torni ad
essere un’agenzia educativa capace di garantire pari opportunità ai suoi
cittadini, ovunque vivano a da qualunque estrazione provengano.
E le quantità?
Alla scuola della Moratti con ridotte quantità e nessuna qualità vogliamo
opporre più tempo pieno, prolungato ed esteso. Il ripristino delle regole
democratiche in seno agli organi collegiali. La valorizzazione della funzione
docente, la tutela della libertà didattica e incentivi all’aggiornamento.
L’ordinamento?
Pensiamo si debba ripristinare la continuità didattica, indipendentemente dal
vincolo dell’orario cattedra e sia da incentivare la piena occupazione e, ad un
tempo, sia da scoraggiare il cannibalismo professionale dei docenti in ruolo
che, attraverso le graduatorie e le varie forme di mobilità, sottraggono
opportunità di lavoro ai precari.
Non rischierà di toccare troppe rendite di posizione?
L’Italia e la sua scuola sono stufe di politici senza idee e senza coraggio, che
sanno coltivare grandi ambizioni solo se all’opposizione ma non hanno l’onestà e
la coerenza per realizzarle. La scuola non può essere solo all’opposizione di
tutti, sempre. Ha il diritto di essere governata con equilibrio e saggezza, ha
il diritto di avere, per sé, un progetto, ha il dovere di offrirlo ai suoi
giovani ed al Paese.
A questo punto non ci resta che ringraziarla per averci concesso quest’intervista
in anteprima.
Prego. Un sogno non si nega a nessuno. Da domani, realizzarlo sarà il mio
compito.
C.I.P. – Comitati Insegnanti Precari Ass.ne Naz.le
Associazione riconosciuta dal Miur con Nota Ministeriale prot. n. 31653 del
30/09/1998
www.cipnazionale.it;
direttivo@cipnazionale.it
17 maggio 2006 |