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Cosa faremo senza Letizia
Moratti?
Gianfranco Giovannone
Sabato 15 aprile in un singolare articolo sul Corriere della Sera in cui se la
prendeva con mezza Italia per non aver saputo capire la grandezza e la modernità
di Berlusconi, Piero Ostellino attaccava le corporazioni di ogni settore
“arroccate nel proprio conservatorismo e ostili a ogni parvenza di cambiamento”.
Ho avuto un sussulto di orgoglio vedendo citate tra queste lobbies, pazienza se
ultraconservatrici, quella degli insegnanti, che lo stesso Cavaliere aveva
annoverato qualche tempo fa tra i “ poteri forti” a lui ostili.
Magari… Sfortunatamente gli insegnanti, timidi, sfiduciati e remissivi quali
sono, quasi chiedessero scusa di esistere, costituiscono l’esatta antitesi di
una corporazione o lobby che dir si voglia. L’ho sempre saputo, ma andando in
giro per l’Italia a presentare il mio libro ho trovato ogni volta conferme molto
amare a questo sospetto. Sotto sotto mi illudevo sempre che le presentazioni si
trasformassero in occasioni per affermare il nostro orgoglio professionale, per
dire che non avevamo niente da dimostrare né da farci perdonare, che né noi, né
la nostra scuola erano “allo sfascio”. Invece il più delle volte mi toccava
assistere ad un penoso psicodramma allestito proprio all’insegna del dover
essere, del dover cambiare, del dover dimostrare. Più di una volta ho sentito
invocare le 36 ore settimanali tanto care alla CGIL, correzione dei compiti e
tutto il resto a scuola, così vedono che lavoriamo!
Non c’è niente da fare, la maggior parte degli insegnanti sembra aver
interiorizzato l’immagine negativa che una parte notevole dei media e della
società ha loro cucito addosso. E immaginare che la nostra categoria diventi un
soggetto in grado di elaborazione politico-culturale autonoma che sappia
misurarsi senza complessi di colpa o di inferiorità con il resto della società
appare puro wishful thinking, anche se è questa la scommessa da cui è nato il
nostro sito.
Purtroppo di questa tendenza all’autoflagellazione se ne accorgono anche
all’esterno, e questo non fa che giustificare e accrescere i pregiudizi nei
nostri confronti. Ai primi di marzo ho partecipato ad una trasmissione
pre-elettorale sulla scuola di Radio24. Uno dei miei interlocutori era Attilio
Oliva, presidente dell’associazione TREELLLE, che durante tutta la trasmissione
aveva mostrato una implicita ostilità nei confronti degli insegnanti – sono
troppi, mal preparati, occorre introdurre forme di meritocrazia che premino i
migliori, alla fine, per contrastare le mie obiezioni – la percentuale di
inadeguati è fisiologica, come per tutte le altre categorie professionali - ha
tirato fuori un sondaggio svolto tra gli stessi docenti secondo cui il campione
dei nostri colleghi avrebbe riconosciuto che almeno il 20 % della categoria è al
di sotto della soglia di decenza.
E non ne dubito: alla fine di ogni presentazione, dopo gli applausi e i
complimenti c’era sempre qualche collega che mi ripeteva il ritornello che
troppe volte avevo sentito nelle scuole dove ho lavorato: hai ragione, il nostro
stipendio è umiliante, ma per molti colleghi –ignoranti?scansafatiche?scoppiati?
– è anche troppo. Ora mi chiedo: quale magistrato, medico, giornalista o
bancario avrebbe questa dabbenaggine, sarebbe così fesso da andare in giro a
screditare la propria categoria con scempiaggini del genere? O si ritiene che
tra gli insegnanti il numero di “inadeguati” sia patologico, spettacolarmente
più alto che tra i magistrati, medici, giornalisti o bancari? Altro che lobby…
Masochismo, passività, rassegnazione, afasia, sono questi, altro che la Moratti,
i nostri veri nemici. Certo, le riforme della Moratti sono cervellotiche e
strampalate, e vediamo con favore tutte le iniziative volte ad abrogarle – ad
esempio stiamo pubblicando tutti gli appelli del comitato promotore di “Una
buona scuola per la Repubblica”. Ma non possiamo nasconderci che l’arrogante
tentativo di imporle comunque, contro il buon senso ma anche contro il parere di
chi nella scuola ci lavora è solo una spia della nostra scarsissima coscienza
professionale e forza contrattuale, che ci ha fatto tollerare per decenni ogni
sorta di umiliazioni e di soprusi.
Anche l’esperienza del nostro sito, che pure in pochi mesi ha superato i 300.000
contatti, conferma che al di là della facile e rituale mobilitazione
anti-Moratti, la categoria è rassegnata ad una condizione di cui si lamenta
molto ma che ritiene in qualche modo ineluttabile. Solo due esempi. Tra le
iniziative lanciate all’inizio c’era “Scriviamo a Romano Prodi”, in cui si
proponeva di inviare al probabile futuro premier un appello per un piano serio e
realistico di adeguamento dei nostri stipendi a quelli europei. Sull’esempio di
quello immaginato dal ministro De Mauro ai tempi del governo Amato, che
prevedeva di farlo attraverso tre leggi finanziarie. Altrimenti ci saremmo
ritrovati, come puntualmente è successo, con un programma pieno di bellissima
aria fritta, e – vogliamo scommettere? – quando ci avvicineremo alla scadenza
contrattuale ci verrà detto ancora una volta bambole non c’è una lira. Bene, non
mi risulta che Romano Prodi sia stato sommerso da migliaia, ma nemmeno centinaia
o decine di lettere di questo tenore.
L’altro esempio riguarda la richiesta della Gilda di un’area separata di
contrattazione per i docenti, una richiesta ostacolata ferocemente dagli altri
sindacati di categoria semplicemente perché senza gli ATA risulterebbero
estremamente meno rappresentativi e, ad esempio, un sindacato come la UIL
conterebbe meno della GILDA, un’associazione professionale prima che un
sindacato i cui iscritti e dirigenti sono, a differenza di quelli degli altri
sindacati, SOLO insegnanti.Sembrerebbe che i docenti dovessero essere
naturalmente, e, aggiungerei, con entusiasmo, a favore di questa proposta.
Eppure, abbiamo pubblicato una bella e lunga intervista sull’argomento al
coordinatore nazionale della Gilda, Alessandro Ameli, seguita da un sondaggio in
cui si chiedeva ai nostri lettori la loro opinione, un sondaggio a cui hanno
risposto soltanto 19 insegnanti.
Che dire? Continuiamo a sbraitare contro la Moratti, sembra che davvero non
sappiamo fare di meglio.
16 aprile 2006 |