GILDA DEGLI INSEGNANTI

PROVINCIA DI NAPOLI

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«La scuola-azienda non va, meglio andare via»

di Giovanni Lizio - NAPOLI



ESCO dalla scuola, non per limiti di età, ma per raggiunti limiti di sopportazione. Le dimissioni sono atto estremo di difesa della dignità personale e professionale ma anche atto di protesta. Se una scuola non riesce a valorizzare le proprie risorse umane, intellettuali e professionali, non serve; ecco perché è giusto lasciarla. In verità, colgo l’occasione offertami dalla normativa, per togliermi da una situazione impossibile. Il clima è ormai molto ostile nei confronti di chi voglia parlare di passione e dintorni. Una diffusa incompetenza ha condotto in un tunnel senza uscita. Lascio la scuola, non rinuncio all’insegnamento. Il paradosso sta nel fatto che per continuare a insegnare debba fuggire dalla scuola.

La cultura allo sbando travolge tutti in una tragica operetta di incarichi multipli e infiniti progetti’ approvati con pratiche spregiudicate. Parafrasando Masuflo: «È come se avessimo deciso, tutti insieme e appassionatamente, che del rigore morale si può fare a meno. Nella giungla, ogni animale fa quello che vuole e il più forte, o il più cattivo, la fa da padrone». Indigenza? Nepotismo? Oligarchia? Miserrima insipienza? La sensazione è che i confini della decenza si siano spostati. Altro che liberismo. Il nostro Paese è rimasto legato allo spirito di una italietta fascista, dove chi raggiunge un minimo di potere si sente autorizzato a sentirsi goffamente un colonnello. Ecco perché nella scuola si incontrano maschere spente. Se solo una volta si ascoltasse cosa pensano gli studenti, alcuni, in un sussulto di dignità, potrebbero smettere di rigurgitare senza mai saziarsi. Si sa, gli insegnanti si considerano come una classe sociale umiliata e offesa, stentano a ritrovare un ruolo, una dignità; stentano a far quadrare i modesti bilanci. Si scatena allora una sorta di corsa all’accaparramento dei fondi dei “progetti”, abbondanti in controtendenza coi ripetuti tagli portati all’istruzione. Ma, una manciatina di denaro in più, per tutti, non cancella l’eccesso di pochi avidi che detengono il monopolio di detti progetti, per di più copiati da Internet. E' un meccanismo che premia l’appartenenza, l’opposto del meccanismo competitivo, che premia il merito. Quel che conta è essere pròtesi organica di chi ha il potere.

L’accentramento esasperato degli incarichi, ai soliti noti, è un altro sintomo della incapacità di esercitare il senso di responsabilità implicito nel metodo democratico. Ognuno fa finta di non sapere perché connivente. Altro che impresa. Della nozione di impresa si è colto solo l’aspetto relativo al profitto, tralasciando gli altri meccanismi virtuosi che la determinano: apertura al nuovo, al diverso, alla capacità di iniziativa; fare emergere le potenzialità non espresse, trasformarle in risultati.

Ma il declino della scuola, cominciato con la riforma Berlinguer per arrivare agli ancora più tremendi giorni della riforma Moratti, mi suggerisce Soprattutto Pietà per i ragazzi. Aumentare a dismisura il numero delle attività non significa migliorare la qualità dell’insegnamento, l’efficienza delle strutture perché il fast food mentale per gli studenti è presto servito, tanto la parola d’ordine è solo:

«Variare il menu dei programmi il più in fretta possibile». L’opposto di quello che dovrebbe fare la scuola, il cui compito non è certo di fornire dati e sempre più dati. La qualità della scuola è la qualità delle persone che in essa lavorano e dei loro rapporti; è quella dei contenuti che vengono trasmessi. Invece le ultime riforme hanno cominciato dalla scatola più che dal contenuto. Una buona ripassata di catechismo per tutti sarebbe bastata per renderla meno vuota e diseducativa. Ma è possibile aziendalizzare il sapere? Codificarlo per decreto senza interpellare maestri e professori, oggi impiegati della didattica creditizia? Si vuole la scuola come un’impresa produttiva, ma è chiaro che può esserne solo la messa in scena, non potrà mai diventare vera impresa, perché in questo caso scomparirebbe come scuola. Insegnare, che inizia per i, deriva da in-signare:
segnare dentro.

Se la scuola non saprà più farlo, le tre i della Moratti (inglese, impresa, informatica) diventeranno ignoranza intolleranza e impoverimento, della società tutta.

Lascio dunque la scuola per non essere ostaggio della mediocrità. A chi resta, un saluto e l’augurio che possa organizzarsi per far valere le proprie idee. E non posso tralasciare di salutare, in modo affettuoso, i miei alunni. Ragazzi stritolati dal nefasto percorso obbligato fatto di recuperi, progetti. moduli, voti, e che, nonostante tutto, sono riusciti a salvare il cervello in una scuola facile facile” dove l’intelligenza è mortificata, offesa, inaridita, repressa, soffocata, umiliata. A loro la mia riconoscenza. È grazie a loro, al loro entusiasmo, alla loro sensibilità, alla naturale predisposizione al dialogo e al confronto, che sono riuscito a resistere in tutti questi anni per arrivare fino a qui, sorridendo.


Giovanni Lizio - NAPOLI



26 agosto 2005