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L’INTERVISTA
Il vincitore del premio Campiello 2005:
«La scuola è un richiamo al dovere e per questo scatena odio»
Antonio Scurati è uno scrittore napoletano che ha sempre vissuto al
Nord. Ha vinto il premio Campiello con «Il sopravvissuto», la storia di uno
studente (Vitaliano Caccia) che spara ai docenti della commissione d’esame e li
uccide tutti tranne uno: il professor Marescalchi, insegnante di storia e
filosofia. Liceo Nitti, vetri rotti e istituto allagato: è la stessa molla che
arma la mano del suo Vitaliano Scaccia nel «Sopravvissuto»? «Direi che è la
stessa molla che spinse qualche anno fa gli studenti del Parini di Milano a
compiere lo stesso gesto compiuto ora a Napoli». È violenza allo stato puro?
«Sì, è violenza pura che non mira a niente e non è strumentale al raggiungimento
di un obiettivo. È una violenza che mira a se stessa, è l’estrema affermazione
di un’identità. Insomma: l’individuo esiste se compie una violenza». Perchè gli
studenti si accaniscono contro la scuola? «Perchè la scuola è l’ultima
istituzione che cerca di educare i ragazzi a un diverso modello di umanità e li
richiama al dovere e al controllo delle pulsioni in una società che, invece,
propugna il consumismo e l’appagamento dei desideri. La scuola, dunque, è un
argine contro la disumanizzazione, ma anche un bersaglio da abbattere». C’è
anche rabbia, dunque? «I ragazzi delle periferie di Parigi dicono che sono mossi
dalla rabbia e dall’odio». Napoli potrebbe seguire l’esempio di Parigi? «Tra le
città italiane, Napoli è quella che più di ogni altra giustifica l’allarme
scaturito dai fatti di Parigi. Le periferie di Napoli sono esplosive». Lei è
nato a Napoli: in quale quartiere? «Sono nato a Posillipo, ma mia madre è dei
Vergini». Vivrebbe a Napoli? «Da poco ci sono tornati i miei genitori, e questa
cosa mi preoccupa non poco». Chi salverà Napoli? «Non rispondo perchè sarei un
presuntuoso. Altri devono rispondere». Torniamo ai ragazzi: c’è anche dolore in
quella violenza? «Sì. La violenza è il risultato di una storia di esclusione». È
un problema delle famiglie o della società? «Le due cose sono collegate. La
crisi dell’istituzione educativa tende a travolgere tutto». È soprattutto un
problema delle periferie? «Ho insegnato nei licei dei figli dei ricchi e anche
lì ho riscontrato gli stessi problemi. Certo, nelle periferie c’è una
contraddizione cocente. A quei giovani, infatti, viene proposto il medesimo
modello di successo, ma non gli si forniscono gli strumenti per raggiungerlo:
non restano che la disperazione e la violenza». Vanno aiutati o condannati?
«Nessun dubbio, vanno aiutati. E li si può aiutare solo tenendo le posizioni del
mondo adulto ed esigendo ciò che i nostri compiti istituzionali richiedono». Chi
resterà a interrogarsi come fa il professor Marescalchi nel «Sopravvissuto»?
«Resteranno moltissimi insegnanti e genitori, tutti quelli che non hanno
rinunciato ai loro compiti e ai loro doveri».
Antonio Scurati
13 novembre 2005
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