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GILDA DEGLI INSEGNANTI |
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Questo il dato, sinteticamente considerato, emerso da un campione del 94,6 % delle scuole italiane, e riportato dalle "Rilevazioni Integrative" contenute nell’indagine che annualmente il MIUR compie sulla scuola italiana. Dato che, se letto attraverso il parametro degli studenti delle scuole secondarie di secondo grado, ad esempio, evidenzia che oltre un milione e mezzo di alunni, esattamente 1.513.819 su un totale di 2.426.052, non sceglie la cosiddetta ora di religione. Ancora: uno studente su tre delle scuole superiori non frequenta l’insegnamento di religione cattolica. La scuola dell’infanzia, all’altro polo dell’indagine, registra una percentuale del 10 % di genitori che, per conto dei loro bambini, optano per le attività alternative. Fin qui i dati globali e più significativi che dimostrano senza ombra di dubbio che nelle scuole italiane un numero sempre maggiore di studenti rinuncia all’insegnamento della religione cattolica. Le valutazioni che
se ne daranno sono tante, non ultime quelle di tanti docenti e dirigenti
scolastici, soprattutto degli ordini superiori, che plauderanno al fatto che la
scuola non…perda tempo in campi che non sembrano esserle propri. Non si possono
sottacere, d’altra parte, neppure le preoccupazioni di chi paventa il ritorno a
forme di neopositivismo. L’attenzione deve essere rivolta, soprattutto, alle ragioni per le quali gli studenti, o chi per essi - come nel caso dei bambini della scuola materna la cui scelta come è affidata ai genitori – si avvale della facoltà di scelta. Le ragioni, ovviamente, sono molteplici e di varia natura. Un’indagine con metodologia scientificamente valida potrebbe aiutare a capire il fenomeno che, sicuramente affonda nel disinteresse che gli studenti, nonostante l’enfasi sulla religiosità giovanile di cui tanto oggi si favella, dimostrano verso i veri problemi spirituali. Non si può, allora, non condividere il pensiero di chi denuncia quotidianamente una religiosità giovanile solo esteriore, di facciata, esclusivamente mediatica e di massa, al posto di un’autentica visione di vera spiritualità che favorisca l’incontro con il mondo dell’esistenzialità dell’individuo in quanto persona impegnata per il bene comune della società. Non si può, d’altra parte, negare che tante volte le attività alternative all’insegnamento della religione cattolica, ancorché programmate dalle singole istituzioni scolastiche, non rispondono ai reali interessi degli studenti o, peggio, finiscono con l’essere solo occasioni di disimpegno, quando addirittura di perdita di tempo, da parte di una larga fascia di studenti che utilizza le relative ore per ricreazione o per gli altri momenti d’insegnamento di discipline ritenute più dignitose. Emergono, ancora una volta, la difficoltà che la scuola italiana dimostra tutte le volte che è chiamata a gestire percorsi d’insegnamento/apprendimento che, travalicando i limiti della cosiddetta normalità, vogliono adottare occasioni di insegnamenti alternativi quali momenti di arricchimento e di approfondimento della quotidianità. La scuola italiana, lo verifichiamo quotidianamente, tutte le volte che è costretta, dalle nuove norme - come ancora debbono essere considerate queste che hanno da qualche decennio regolamentato l’insegnamento della religione cattolica all’interno della revisione dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa - annaspa faticosamente. Non è stato mai facile, insomma, conciliare insegnamento della religione cattolica e attività alternative. Il fenomeno, in
verità, è molto più grave di quanto non sembri attesa anche l’attenzione che sia
la passata legislatura che l’attuale maggioranza governativa hanno, in questi
ultimi decenni, riservato alla formazione e al reclutamento dell’apposito ruolo
degli insegnanti di religione cattolica che, come è noto, rappresenta ormai una
consistente fascia di docenti. Se la situazione al
momento è quella denunciata è segno che qualcosa non funziona e che, perciò,
dovrà essere approfondita soprattutto dal punto di visto didattico.
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