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Cara Ministro Moratti
di Barbara Pianta Lopis
Cara Ministro Moratti,
le scrivo perché ieri notte su RAI UNO alle ore 11,00 a Porta a Porta, ho voluto
seguire il faccia a faccia tra lei e le parti sociali e sindacali di questo
paese, a cui lei molto cortesemente ha voluto rispondere.
La ringrazio prima di tutto per la sua disponibilità, ma mio malgrado ho
ritenuto la trasmissione alquanto inutile e priva di chiarezza.
Durante la serata le ho sentito snocciolare numeri e cifre relativi agli
stanziamenti finanziari a favore dell’istruzione pubblica, all’immissione in
ruolo del personale vario e della bontà di aver cambiato la scuola italiana.
Lei mi deve perdonare, Ministro, se ancor stamane provo un senso di smarrimento
e disgusto nelle affermazione da lei proferite.
Per quanto riguarda i numeri, Signora Ministro, non la posso controbattere,
perché vede lei ieri sera, tra tutti i documenti portati in trasmissione non ce
n’era neanche uno che attestava la situazione della scuola italiana in rapporto
al necessario fabbisogno per un buon funzionamento.
Quello che intendo dire è che lei non ci ha spiegato quali sono stati i
parametri in base ai quali ha deciso che quegli stanziamenti fossero quelli
giusti. Ecco perché i suoi numeri non mi dicevano nulla, e non mi mettevano
nelle condizioni di apprezzarne la loro bontà.
Però qualche dubbio l’ho avuto quando mi sono fatta la fotografia della scuola
dei miei figli dove:
• abbiamo subito un taglio di due collaboratori scolastici che impediscono a una
quinta elementare di svolgere un tempo prolungato come quello delle altre classi
(meno assistenza – meno ore),
• non siamo ancora a norma con la 626,
• possiamo garantire una media di solo 9 ore di sostegno a settimana ai
diversamente abili frequentanti,
• da Luglio 2005 abbiamo una prescrizione della Asl che ci impone di rifare
tutti i bagni e a tutto oggi non siamo ancora riusciti ad iniziare i lavori.
Vede Signora Ministro, quando lei parla di diritto-dovere perché noi “lo
chiamiamo così” (cito le sue parole), sicuramente sa bene che ogni parola nella
lingua italiana ha un preciso significato e peso specifico.
Un diritto diventa tale quando tutti i cittadini vengono messi nelle condizioni
di poterlo esercitare, così è per il dovere. Quando questo non si realizza
diventa un privilegio (diritto), e un opzione (dovere). Vengo al dunque,
riallacciandomi anche al paragrafo precedente :
signora Ministro, i ragazzi che frequentano la scuola che non è in regola non
possono esercitare il loro diritto allo studio perché sono costretti a vivere in
ambienti insicuri e pericolosi (Napoli, zona a rischio di terremoti ed eruzioni
vulcaniche), convivono con condizioni igieniche-sanitarie non a norma (con
risvolti non solo penali ma privi di garanzie sanitarie) e priva le categorie
che hanno necessità di sostegno di esercitare il loro “diritto-dovere”
all’istruzione, (barriere architettoniche, mancanza di servizi igienici
adeguati, mancanza di personale di sostegno per la classe e per l’individuo
stesso). Non solo gli studenti di quella scuola non godono di pari condizioni di
partenza rispetto al territorio nazionale, ma all’interno della stessa platea ci
sono discriminazioni oggettive che ledono il diritto allo studio.
E allora, se come afferma lei il diritto-dovere ha la stessa valenza
dell’obbligo scolastico, perché ne abbiamo cambiato il termine? Per spiegarmi
che i miei figli hanno il diritto-dovere di andare a scuola a condizioni
indecenti, e se sono indecenti non si sa di chi è la colpa?
Mi spiego ancora meglio. L’obbligo scolastico implica che oltre all’obbligato ci
sia anche una controparte che ponga le condizioni che tale obbligo possa essere
assolto. Se lei mi obbliga ad andare a scuola, vuol dire che devo avere una
scuola dove andare. Ma se io questa scuola non ce l’ho, e lei mi dice che ho il
diritto-dovere di andare a scuola, io non ho altre alternative che non andarci.
Signora Ministro quell’obbligo scolastico non solo serviva in estrema ratio a
contrastare la dispersione scolastica, ma soprattutto e non ultimo a impegnare
lo Stato, senza se e senza ma, a investire in modo adeguato e sufficiente
affinché quel diritto, fosse veramente tale.
Se la scuola italiana versa in condizioni non idonee allo svolgimento della sua
funzione, non crede che occuparsi del finanziamento delle scuole private (che
non condivido nel principio) passi almeno in seconda istanza? Uno stato non
dovrebbe prima di tutto garantire i diritti di tutti/e e pari opportunità, prima
di occuparsi di una sola parte dei suoi cittadini? Da buona madre di famiglia,
prima di tutto garantisco ai miei figli amore, cibo, salute, vestiario,
educazione, e poi opportunità di arricchimento personale in base alle forze
residue ed economiche che mi rimangono. Insomma Signora Ministro, se l’acqua è
poca e la papera non galleggia, come ormai sappiamo, perché occuparsi di quella
scuola privata il cui fine ultimo non è garantire un diritto ma lucrare sulla
merce istruzione? Mi sembra che ci sia confusione tra garanzia dei diritti di
una società , e regole del libero mercato (competitività, fini di lucro,
istruzione intesa come merce) che appartengono a due categorie di beni diverse
tra loro, tra funzioni che uno stato deve esercitare per garantire il benessere
di tutti i suoi cittadini e funzioni che invece regolano il mercato delle merci.
La scuola non è un mercato, e il mercato non svolge e non hai mai svolto una
funzione di tutela dei diritti. Perseguono finalità diverse che sono
incompatibili tra di loro.
In conclusione Signora Ministro, io potrei elencarle altri motivi per cui le sue
affermazioni mi hanno causato sgomento, ma ciò che più mi allontana da lei è la
filosofia di fondo che guida la riforma.
Quella filosofia che persegue le economie di mercato, facendo passare i diritti
per opportunità e libere scelte e i doveri per sacrifici, quelli che haimè noi
italiani siamo fin troppo abituati a fare!
Barbara Pianta Lopis – genitore di 3 studenti in cerca di risposte - Napoli
21 settembre 2005 |