|
SCUOLA Al Rossi convegno regionale della Gilda
«Da insegnanti diventeremo impiegati di basso livello»
Da insegnanti a impiegati di basso livello il passo è breve: ne sono convinti i
docenti della Gilda.
di
Laura Pilastro
Ieri nell'aula magna dell'Istituto Rossi, l'associazione degli insegnanti della
scuola pubblica ha dato vita a un convegno regionale dal titolo "Il docente
innominato", per affrontare il tema del ruolo professionale che la riforma della
scuola sembra assegnare ai docenti. Soprattutto in vista del piano scolastico
regionale che la Regione Veneto dovrebbe mettere a punto entro il 31 dicembre.
All'incontro erano presenti il coordinatore regionale Gilda degli insegnanti
Francesco Bortolotto, Serafina Gnech del centro studi Gilda , Anna
Armone,
funzionario della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Alessandro Ameli,
coordinatore nazionale Gilda degli insegnanti. Mentre l'assessore regionale alle
politiche dell'istruzione e della formazione Elena Donazzan, da cui si
attendevano molte risposte, non è potuta intervenire a causa di impegni
istituzionali. Al suo posto c'era Sonia Barison, dirigente del servizio
formazione e orientamento della Regione Veneto. E c'è una altra scadenza che
incombe, fanno notare gli insegnanti: «Entro il 30 novembre - precisa Francesco
Bortolotto coordinatore regionale Gilda degli insegnanti - scade il termine
entro cui il Governo, sentita la conferenza Stato-regioni, dovrà dare
indicazioni sulla confluenza degli istituti professionali e tecnici nel nuovo
sistema dei licei. In ogni caso noi insegnanti non siamo stati contattati,
nessuno ha chiesto il nostro parere. Tuttavia ora la Regione ci avverte che i
tempi per l'attuazione della riforma saranno molto lunghi e prossimamente saremo
interpellati».
Insomma, se la riforma sembra assegnare all'insegnante la funzione di cardine
del cambiamento, di fatto i docenti lamentano un ruolo marginale e sbiadito: «Si
parla di spartizione di competenze tra stato e regioni in tema di scuola -
aggiunge Bortolotto - ma in realtà non ci si occupa di scuola. Noi insegnanti
abbiamo sempre più difficoltà a fornire la cultura dell'insegnamento. E la
riforma introduce dei cambiamenti che aggravano questa difficoltà, penso ad
esempio al portfolio delle competenze degli studenti. La verità è che si sta
tentando di ridurre gli insegnanti a impiegati di basso livello. L'importante,
sembra, è che si tengano i ragazzi, mentre la nostra funzione dovrebbe essere
quella di fare cultura. È necessario che a chi svolge questa ruolo venga
riconosciuto il giusto prestigio. Tutta la riforma punta su questioni
metodologiche, mentre è stata svalutata la figura del docente, anche nella sua
funzione di valutazione degli studenti. Ora ci sono i debiti scolastici ed è
sempre più raro bocciare un ragazzo che magari se lo meriterebbe. In alcuni
anni, addirittura, la riforma prevede che non si possa fermare nessuno. Sembra
che l'insegnante sia destinato a compilare moduli e abbia perso la sua
autorevolezza».
La pensa diversamente la dirigente Barison: «Le innovazioni costringono sempre a
mettersi in gioco. Niente è perfetto e tutto è perfettibile. Certo è che bisogna
lavorare molto per chiarire i punti che devono essere chiariti e poi bisogna
cimentarsi sull'applicazione. Credo che l'insegnante sia la figura centrale di
questa riforma, perché qualunque cambiamento poggia sulle gambe delle persone
che lavorano in quel contesto».
25 novembre 2005 |