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GILDA DEGLI INSEGNANTI |
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L'anno scorso mi è capitato in più di un'occasione di confondere il nome di un ragazzo con un altro. Cattivo segno per me, certo. E infatti lui mi guardava come se fossi rimbecillito: «Professore io sono Andrea, non Daniele». Ma anche come se quel nome che gli assegnavo in qualche maniera lo contaminasse. Nel momento in cui lo chiamavo Daniele si sentiva precipitare in una condizione ibrida. Assimilato a un ragazzo che aveva forse delle caratteristiche che lo riguardavano, diversamente da ciò che lui pensava e desiderava. Andrea ce la stava mettendo tutta per essere Andrea. Per essere uno simpaticissimo e terribile. La madre mi aveva rivelato: non è come le appare in classe, muto e invisibile, come cioè io lo descrivevo. No. Andrea è un compagnone, sempre disposto a scherzare, a fare baldorie, ad essere al centro dell'attenzione. Com'era possibile, si chiedeva lui, che potessi confonderlo con Daniele? Cosa c'era che lo rendeva simile all'altro? Già vedeva negli occhi dei compagni di baldorie aleggiare il dubbio: e se il professore avesse intuito ciò che cercava di tener nascosto? Poverino, si era voluto vestire dei panni di Andrea e sotto era rimasto un semplice Daniele. La sua identità, di colpo, si perdeva in quella dell'altro. Il quale invece, nel momento in cui sostituivo al nome del compagno il suo, si voltava verso di lui con fare amichevole e confidenziale, come per condividere quella insperata fraternità. L'uno arrossiva di sdegno e mi implorava con lo sguardo di correggermi, e capire in quale terribile equivoco fossi incorso, mentre l'altro, il tontolone abulico, si inteneriva e sorrideva. Quando non ricordi il nome di un ragazzo lui si sente un po' tradito. Non considera che ne hai centinaia in mente e che qualcuno, di tanto in tanto, può sfuggirti. Per te lui deve essere unico. Non puoi non riconoscerlo. Una mia vecchia alunna, pochi giorni fa, è all'improvviso riemersa dal limbo dell'indefinitezza in cui l'avevo abbandonata. Cresciuta e cambiata, mi è apparsa di fronte sorridente, nella nuova veste di persona adulta, ma con delle caratteristiche che rimandavano alla ragazza di un tempo. Aveva un fare amichevole e una memoria di ferro. Conservava un ricordo nitido di me e degli altri insegnanti e sembrava addirittura che mi fosse riconoscente per qualcosa. Non c'era più nulla nel suo sguardo della repressa avversione con la quale a scuola accoglieva le mie valutazioni, quando pensava che gli preferissi l'altro, l'altra. Non diffidava più. Pronta ad aprirsi perfino a possibili confidenze e a raccontarmi ciò che era, ciò che aveva fatto nella vita. Ma io purtroppo non ricordavo il suo nome. Frugavo inutilmente nella memoria, e mi chiedevo come fosse possibile ricordare tanti episodi di quegli anni e aver dimenticato il suo nome. «Nomen omen». Nel nome, il destino. Imbarazzato, ho evitato la circostanza di doverlo pronunciare, provando un senso di disagio per quella che avvertivo come una colpevole trascuratezza. Che cancellandone i caratteri suoi propri e trascinandola nel pozzo nero dell'anonimato, mi impediva di essere autenticamente partecipe delle sue confidenze, della sua vita. luigalel@tin.it |