|

Presentato ad Amsterdam il rapporto dell’Ocse su 25
Paesi.
Gli insegnanti italiani sono i più vecchi
Malesseri uguali in tutto il mondo «Servono salari competitivi, partecipazione e
carriere dinamiche» La buona notizia è che l’Italia
non è sola. La cattiva notizia è che non consola molto sapere che in 25 Paesi
del mondo gli insegnanti si sentono esattamente come da tempo sostengono di
sentirsi i docenti italiani: sottopagati, poco considerati, male impiegati. E
vecchi. Soprattutto nel nostro Paese, quello con la percentuale più alta di over
50 nelle medie inferiori (54%), una cifra cresciuta verticalmente nell’ultimo
decennio in tutte le scuole secondarie italiane. È l’immagine poco confortante
che emerge da Teachers matter: attracting, developing and retaining effective
teachers («Gli insegnanti sono importanti: attrarre, formare e trattenere
docenti di qualità»), il rapporto dell’Ocse presentato ad Amsterdam in un
convegno sul ruolo assegnato a prof. e maestri nei vari sistemi scolastici. Per
analizzare i punti critici del presente, con uno sguardo verso il futuro.
IL TURN OVER - L’indagine, realizzata tra il 2002 e 2004, prende le mosse
da una riflessione di fondo: la preoccupazione espressa dagli stessi docenti sul
destino della professione. E mai momento fu più propizio di questo, se si
considera che la maggioranza degli insegnanti è stata assunta nella «grande
espansione» degli anni ’60-70 ed è quindi vicina alla pensione (il 26% in media
dei docenti delle primarie e il 31% delle secondarie hanno superato i 50 anni).
«Una sfida di primo piano e un’opportunità inedita per molti Paesi» sostiene l’Ocse.
Un numero altissimo di prof. e maestri farà il suo ingresso nella scuola nei
prossimi 5-10 anni, più di quanti non ne siano entrati nell’ultimo ventennio. È
importante che l’insegnamento torni a essere una professione ambita. Altrimenti
«la qualità della scuola entrerà in declino, in una spirale verso il basso che
sarà difficile invertire».
MANCANZA DI RICONOSCIMENTI - Difficile attrarre personale di qualità,
però, quando gli stipendi relativi degli insegnanti sono in calo quasi ovunque.
La ricerca, ad esempio, per l’Italia equipara la paga di un docente di scuole
superiori a quella di un tecnico informatico: con la differenza che, se un
ragazzo non capisce la lezione, non si può aprire l’hardware per dargli una
controllata. Da qui la fuga dall’insegnamento dei laureati in materie
scientifiche e tecnologiche (il nostro Paese tra l’altro è il primo per
lunghezza dei percorsi di formazione, 8 anni in media per una cattedra liceale).
Che, se si rivolgono ancora all’insegnamento, è solo per via della congiuntura
economica sfavorevole alle aziende. Altra conseguenza: la femminilizzazione
crescente - e anche qui l’Italia è in testa, a partire dalle primarie, oltre il
90% di presenze «rosa». Tutto questo a fronte di carriere statiche,
riconoscimenti nulli e difficoltà crescenti, tra immigrazione, emergenze
sociali, nuove tecnologie.
LO SCENARIO - Le conclusioni dell’Ocse sono nette: agire ora o perdere il
treno della formazione. E accettare un crollo progressivo («meltdown scenario»
lo chiamano) del ruolo e del valore degli insegnanti. Quindi, le proposte:
maggiore partecipazione delle scuole alla selezione dei docenti, incentivi alla
mobilità e alla formazione continua, orari e condizioni di lavoro flessibili,
riconoscimenti di qualità (con investimenti economici mirati da parte dei
governi) e coinvolgimento attivo degli insegnanti nelle politiche scolastiche,
salari competitivi. In breve, un modello nuovo. Più flessibile, più selettivo,
più al passo con la società. Necessario ovunque, ma soprattutto, forse, in
Italia. 21 novembre 2004
|