Stato giuridico e carriera.
Due proposte di legge tentano una riscrittura della funzione docente.
di Alessandro Ameli*
All’inizio dell’estate sono comparse due proposte di legge sullo stato giuridico
degli insegnanti. Finalizzate ad una riscrittura del ruolo e della funzione
docente, ne segnano in realtà i limiti dell’azione e propongono di avviare una
delimitazione degli ambiti di esercizio della “liberta d’insegnamento” in
relazione agli Organi Collegiali e alle competenze del dirigente Scolastico.
L’obiettivo centrale delle due proposte di legge consiste nel voler costruire
una carriera per i docenti in tre fasce di merito. Esplicitamente è detto che
per passare da una fascia all’altra gli insegnanti saranno sottoposti ad una
valutazione della prestazione professionale.
I limiti della proposta sono molteplici: intanto appare poco credibile ed
incoerente che a pochi mesi dalla sottoscrizione, da parte del governo, del
contratto della scuola, con il quale è stato consegnato a sindacati ed Aran lo
studio e la definizione di ipotesi di carriera per i docenti, quello stesso
governo voglia procedere per via legislativa sulla stessa materia. O nella
maggioranza di governo ognuno va per proprio conto, oppure si vuole sconfessare
quanto appena sottoscritto: la credibilità degli interlocutori istituzionali è
questione fondamentale anche per noi che il contratto scuola non l’ abbiamo
firmato.
L’ idea della diversificazione retributiva sulla base di una valutazione e non
più per effetto di automatismi ha ragioni meno nobili di quanto non si voglia
far credere.
Questo tipo di scelta consentirebbe un maggior controllo della spesa per il
personale se non addirittura una progressiva riduzione. La spinta competitiva
per innalzare la qualità del sistema non c’ entra. Se analizziamo attentamente
le fasce di merito, finiamo per scoprire che sarà piccola e di durata breve (2-3
anni) la prima fascia (il docente tirocinante), il nome stesso ne disegna le
caratteristiche; così come assai ridotta sarà la fascia finale (il docente
esperto); una selezione rigorosa non può che portare ad una percentuale piccola.
Ne esce una fascia intermedia (del docente ordinario) nella quale verrebbe
collocata la stragrande maggioranza degli insegnanti. Si determinerebbe un
progressivo appiattimento retributivo in questa fascia tale da negare il
principio stesso della diversificazione.
Entrambe le proposte legislative si presentano come “leggi delega” che ben poco
dicono oltre i principi generali, rimandando a successivi decreti di attuazione
la definizione di questioni di non poco conto, come ad esempio la mancata
determinazione della quantità di personale da assegnare ad ognuna delle tre
fasce, la mancata precisazione dei costi finanziari della diversificazione
retributiva conseguente all’attribuzione della posizione di merito, la mancanza
assoluta di indicazioni sulle modalità, luoghi e tempi della valutazione in
funzione della progressione di carriera, la mancata indicazione, anche solo per
cenni, dei soggetti abilitati a valutare i docenti e su che cosa.
Ma le due proposte di legge contengono anche alcune pretese che lasciano
alquanto perplessi come quella di voler dare cittadinanza e ruolo ufficiale alle
Associazioni professionali. Il principio è legittimo, ma se lo si vuole
concretizzare al di fuori della reale consistenza, della capacità di
rappresentanza e del consenso di categoria siamo fuori dal buon senso. In
pratica per le Associazioni il requisito sufficiente per l’ammissione ad un
tavolo di confronto parrebbe essere solo quello della “esistenza in vita”, al di
là del numero degli iscritti.
Non è difficile ipotizzare una proliferazione oltre misura di queste
associazioni, e per lo stesso governo una quantità incredibile di interlocutori,
ma è davvero questa la strada che la politica vuole intraprendere?
Ci sono in verità, nei testi di legge, anche alcune proposte di sicuro
interesse: la separazione delle aree di contrattazione, la costituzione di
organismi di autogoverno dei docenti, l’abolizione delle RSU di scuola.
Obiettivi storici della GILDA.
Sulla separazione delle aree di contrattazione non è chi non veda come sia
divenuto ormai un obiettivo assolutamente improrogabile: gli esiti delle
contrattazioni sono sempre più legate a logiche di compatibilità e compromesso
che producono risultati di mortificazione evidente per le categorie
rappresentate.
Ma la separazione delle aree di contrattazione e l’abolizione delle RSU di
scuola più che appartenere ad una legge sullo stato giuridico dovrebbero stare
in una legge che riscriva le regole della rappresentanza sindacale e il sistema
dei contratti, che affronti tutte le problematiche connesse a tali temi, non
crei vuoti pericolosi e soprattutto non determini squilibri nei sistemi di
rappresentanza.
Una questione ci preoccupa particolarmente ed è quella legata ad un evidente
allargamento dei poteri dei capi di Istituto dentro le scuole in concomitanza
con l’idea di abolire le RSU. Il tentativo è già stato fatto in sede di
contratto e in quella sede unitariamente è stato respinto. In materia di scuola
il sistema delle regole della rappresentanza sindacale e il sistema di governo
delle scuole con ruoli debbono essere riscritti insieme, evitando il sistema del
mosaico.
Soprattutto crediamo che le regole vadano riformulate attraverso un confronto
sereno e fermo con le organizzazioni attualmente rappresentative, prescindere
dal quale significa semplicemente condannare all’insuccesso i tentativi che si
stanno facendo e un presumibile fallimento definitivo dell’intero progetto.
Su queste materie, in particolare quella della carriera dei docenti, il ricorso
alla legge delega non è opportuno e la proposta non ci convince nemmeno nel
merito, troppo simile al concorsone di Berlinguer e con troppe incognite.
26 settembre 2003
*Coordinatore nazionale Gilda degli insegnanti |