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Attualità SCUOLA / LA POLEMICA SU
UNA CATEGORIA IN CRISI
Professori via da quelle cattedre
Impreparati, senza interessi e capacità educativa, poco
carismatici. Un filosofo e psicoanalista traccia un ritratto impietoso dei
docenti: «Molti andrebbero cacciati»
colloquio con Umberto Galimberti
di Roberto Di Caro
Apriti cielo, a scrivere degli insegnanti ciò che tutti vedono! Che sono cioè
malpagati, maltrattati, poco considerati da studenti e genitori, soggetti a
frustrazione, stati d'ansia, attacchi di panico e crisi depressive, in una
parola "burnout", scoppiati. Basata sui risultati di un'indagine della
Fondazione Iard su 1.252 docenti dalle elementari alla secondaria superiore,
l'inchiesta di copertina de "L'espresso" della scorsa settimana, "È scoppiato il
professore", ha scatenato un vespaio di polemiche e dato luogo a
un'interrogazione parlamentare ai ministri di Istruzione, Salute e Welfare,
ispirata dai cinque grandi sindacati della scuola. Doveroso,
dunque, riprendere e vagliare prove a carico e a discarico: non ultima, una
sequela di spezzoni di riforma della scuola che sembrano fatti apposta per
impedire ai docenti di fare il loro lavoro. E giacché psiche e scuola è terreno
minato, abbiamo interpellato Umberto Galimberti, uso a far brillare tutte le
mine in cui s'imbatte nella sua attività di filosofo, psicoanalista,
editorialista di "Repubblica" e tenutario di una seguitissima rubrica di lettere
su "D". Professor Galimberti, gli insegnanti la
leggono, le scrivono, citano suoi brani nei titoli dei temi, s'infuriano quando
li critica. Scusi, ma lei ha mai fatto scuola? Università a parte, intendo.
"Eccome. Medie, istituto tecnico, magistrali e liceo.
Pubbliche e private. Per 15 anni, dal 1963 al '79. Certo, da allora è cambiata
l'intera antropologia, degli studenti come degli insegnanti".
E cos'è rimasto uguale?
"L'assoluta assenza negli insegnanti di capacità e interessi di tipo educativo.
Un tempo erano almeno in grado di garantire un'istruzione, oggi neppure questo".
Una dichiarazione di guerra. Può chiarire la differenza
tra educazione e istruzione? "Istruzione è fornire
un sapere, educazione è prendersi cura di processi di apprendimento individuali
che confliggono con crisi adolescenziali e stati di famiglia. Infatti la scuola
che funziona meglio è la elementare: perché lì chi insegna fa la mamma".
Ci pagano due soldi, replicano gli insegnanti, e
pretendono che facciamo anche gli psicologi? "Male!
È proprio ciò che devono essere. Un ragazzino viene lasciato dalla morosa,
patisce blocco emotivo, pensiero fisso, disistima di sé e cosa vuole che faccia,
che apra il libro di fisica? Non scherziamo. Aveva ragione Freud quando, nel
1910, scriveva: 'La scuola secondaria non deve mai dimenticare di avere a che
fare con individui ancora immaturi, ai quali non è lecito negare il diritto di
indugiare in determinate fasi, seppure sgradevoli, dello sviluppo'".
Facile a dirsi... "Anche a
farsi. Faticoso, semmai. A Venezia, dove insegno, io passo tutti i mercoledì
dalle 15 alle 19 a seguire i percorsi d'inefficienza dei miei studenti che vanno
male a un esame. Si ottengono bei risultati". Mica
gli farà l'analisi? "Intanto gli insegno un metodo
di studio. 1. A leggere un libro; 2. Rileggerlo riassumendo per capitoli, così
impari il linguaggio e la sintesi; 3. Fidarti di te e studiare i riassunti. Io
l´ho imparato a vent´anni al Goethe Institut di Monaco. Ma non ho mai incontrato
un insegnante che spiegasse ai suoi allievi come si studia".
Va bene, dovrebbero essere psicologi e non sanno né vogliono
diventarlo. E poi? "Gli studenti imparano per fascinazione,
per coinvolgimento emotivo. Lo sapeva già San Paolo: 'Non intratur in veritatem
nisi per caritatem', non si accede alla verità se non attraverso un contesto
d'amore. Vale per fisica o biologia, mica solo per le scienze umane. Dunque, se
un professore non è carismatico non può trasmettere alcun sapere: mi spiace, ma
la cultura adolescenziale funziona così". Cosa gli
facciamo, l'esame di fascino? "Test di personalità,
certo. Capacità comunicative e di comprensione. Per vedere se è abbastanza forte
da reggere sessanta occhi su di lui e se è capace di seguire il percorso
psicologico di un ragazzo". E la preparazione?
"Certo, conta anche quella. Ma per come la valutano
adesso, voto di tesi ed esame di abilitazione, tanto vale lasciar perdere".
Test di personalità, lei dice. Ma quali? Ce ne sono
dozzine. E poi chi valuta? "Mi rendo conto delle
difficoltà. In alternativa, uno lo si può far insegnare due anni e poi vedere se
è bravo o no: come parla, spiega, interloquisce. In una ditta si capisce dopo
tre settimane chi vale e chi no: non si sa perché si sa, ma si sa".
Chiedere un giudizio agli studenti, come già fanno in alcune scuole?
"Perché no? Se un professore è bravo, gli studenti lo
dicono. All'università siamo ogni anno sottoposti al responso di cento domande
rivolte su ciascuno di noi agli studenti: peccato che non sia prevista non solo
la licenziabilità del docente bocciato, ma neppure la pubblicità del risultato:
resta tutto nel cassetto del preside. Certo, non può essere l'unico criterio.
Come disse Emanuele Severino: 'Se si lagnano che le mie lezioni sono difficili,
s'arrangino'". E chi dovrebbe giudicare? Una
commissione di psicologi? "No, lasciamoli perdere,
troppo specializzati. Meglio altri colleghi, riconosciuti bravi. Il punto è che
non puoi mandare in malora una generazione per conservare il posto a qualche
professore". Scusi, ma su cento insegnanti quanti ne
salva? "Ah, oggi un allievo è fortunato se nel pool
di nove docenti di una secondaria ne trova uno in grado di fargli da modello
nella fase in cui esce dalla famiglia e deve costruirsi un'identità attraverso
il riconoscimento di qualcuno all'esterno. Questa operazione di riconoscimento è
il compito dell'insegnante. Se fallisce, il ragazzo va a costruirsi la sua
identità nel gruppo, nel bullismo, nelle mode, altrove". Licenzierebbe
i docenti con una personalità giudicata inadeguata a educare?
"Certo che li caccerei: se sei alto un metro e cinquanta non puoi fare il
corazziere. Si salverebbero anche le loro biografie, tanto si mettono in mutua
per malattia. C'è chi ha l'anima grande e comprensiva, chi rattrappita e
ossessiva. Se si ammalano psicologicamente vuol dire che la loro psiche non
regge la situazione: non sono adatti a fare quel mestiere".
L'indagine Iard elenca una "lista dei dolori" dei
professori... "Sì, l'ho vista. 55 su 100 lamentano
il mancato riconoscimento sociale: non avrei dubbi, sono quelli che hanno
sbagliato mestiere. Se sei bravo, il riconoscimento ce l'hai, i genitori ti
apprezzano e gli alunni ti stanno dietro finché non hai ottant'anni o finché non
li cacci". Forse intendono riconoscimento della
società... "Può darsi. Ma di cosa si stupiscono,
visto che la scuola è percepita come noia e depressione? Di nuovo, però, serve
il dato di personalità, non gli inutili Siss, i corsi di aggiornamento varati
dalla Moratti, due anni di conferenze e buon pro ti faccia".
Lagnanza numero due: classi numerose. "Su
questo hanno ragione. Perché un processo educativo abbia luogo non puoi avere
più di 15 studenti per classe". Non meno di 30, ha
decretato il ministro Moratti. "E ha così escluso
la condizione di partenza dell'educazione. Complimenti!".
Vivaddio, non è tutta colpa dei prof. E gli altri spezzoni di riforma varati da
centro-sinistra e centro-destra? "Il nuovo esame di
maturità con una commissione interna è una stupidaggine: o lo fai sostenere con
commissari esterni o lo elimini. Ancora: i debiti si pagano subito, non con
quindici giorni di recupero a settembre. E nei crediti non rientrano dipingere,
suonare, fare sport o volontariato, come ha introdotto quattro anni fa una
riformina di marca veltroniana". Terza lagnanza:
retribuzione insoddisfacente. Con lo stipendio che lo Stato dà a chi deve
formare le nuove generazioni, educare è opera di puro volontariato.
"Sì, non possono comprarsi neanche un libro: così leggono
solo quelli di testo che gli danno in omaggio. Li si selezioni con test di
personalità, e li si paghi il doppio". Quarto:
conflittualità coi colleghi. "Sospetto che quei 32
su 100 siano i bravi docenti appesantiti da una massa di inutili impegni
burocratici, con la sensazione di vivere tra un branco di colleghi idioti".
Quinto: difficile rapporto con i genitori.
"Ah, lo credo. I genitori delegano tutto alla scuola salvo
poi iperproteggere i figli attraverso una valanga di ricorsi al Tar. E
l'insegnante, dio in cattedra per cinque ore al giorno, vive come un dramma
l'ora di ricevimento dei genitori: non regge il confronto di personalità con chi
è psicologicamente più attrezzato di lui". Perché
più attrezzato? "Perché il genitore vive in una
società adulta, l'insegnante in un mondo infantile che inevitabilmente lo fa
regredire. Per questo me ne sono andato dalla scuola: per paura della
regressione. Non ha mai badato a come parlano i professori? O con il tono
sentenzioso di chi pontifica ex cathedra, o con quello caramelloso dei bambini.
Mai col tono normale di una persona padrona di sé".
Il 25 per cento dichiara difficoltà nel rapporto con gli studenti.
"Almeno loro un rapporto ce l´hanno, gli altri 75 non so. Ma
è difficile trasmettere sapere a una generazione che guarda sempre fuori dalla
finestra, appiattita in un eterno presente, demotivata dalla mancanza di futuro,
disorientata da un eccesso di informazioni non codificate via Internet e tv,
povera di codici interpretativi. No, su questo esonero da responsabilità i
professori: chi mai ha insegnato loro a gestire una tal ridda di
contraddizioni?". La domanda è un'altra: chi e come
potrebbe insegnarlo? "Forse una specializzazione
universitaria in Psicologia dell'età evolutiva da frequentare dopo la propria
facoltà, come per diventare chirurgo servono anni di specializzazione dopo la
laurea in Medicina. Per testare se l'individuo ha la necessaria vocazione,
passione nel gergo laico. E fornirgli le competenze psicologiche per gestire un
materiale incandescente come vite e emozioni degli adolescenti".
Significa bloccare per tre anni l'accesso all´insegnamento.
"Significa procedere nel nostro paese alla costruzione di una
classe insegnante. Compito, mi pare, non più prorogabile".
N° 42 anno XLIX -
16 ottobre 2003
Al Direttore de L’ espresso
Via Po 12
00198 ROMA
Egregio Direttore, sono docente in una scuola statale superiore di Benevento,
nonché da lungo tempo abbonato ed assiduo lettore della sua rivista. L’articolo
pubblicato sul numero di ottobre de “L’espresso”, redatto dal prof. Galimberti,
mi ha sinceramente offeso in quanto insegnante e cittadino. Si possono esprimere
i giudizi più duri ed impietosi, purchè motivati e suffragati dai fatti. Quando
si cade nel pressapochismo, nei luoghi comuni, si offende la dignità di tutta
una categoria, che da sempre compie in silenzio il proprio dovere.
Criticate sovente ed aggiungo giustamente importanti uomini
politici per le loro inopportune esternazioni, perché non ponderate e
superficiali, ma l’esercizio della critica è anche e soprattutto una questione
di metodo e non solo di merito. E’ giusto il caso di
evidenziare come molto spesso in alcune zone della mia regione, la Campania, la
scuola è sul territorio l’unica presenza visibile dello Stato. Ledendo il
prestigio dei Docenti con accuse infondate non si fa certo un buon servizio alla
Società, allo stesso modo di quando si delegittima la Magistratura. Uno tra i
motivi del “burn out” degli insegnanti è proprio il fatto che ci sono persone
superficiali come il Galimberti che parlano di scuola senza conoscerla. Sarebbe
altrettanto facile riportare luoghi comuni sui docenti universitari e
sull’Università, ma non lo facciamo. Vorrei solo ricordare
che tra i docenti della scuola vi sono diverse medaglie d’oro al valore civile,
come quella conferita alla mia collega Clemetina Perone, che perì carbonizzata
per mettere in salvo le giovani vite degli allievi a lei affidati. E che dire
dei docenti molisani periti al fianco dei propri studenti, nell’ultimo
terremoto? Nell’accomiatarmi, sicuro che pubblicherà tale
lettera, non fosse altro che per una questione di “par condicio”, vorrei
rammentare a tutti un passo di Orazio che recita: «Est modus in rebus, est limen
ultracitroque errabitur». (C’è una misura in tutte le cose e un limite superato
il quale si sbaglia)
Prof. Raffaele SALOMONE MEGNA
Via A. Zazo n.1 82100 Benevento
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